TEOLOGIA SPERIMENTATA

-4- Tracce di fede, di cultura e di storia varia nelle Colonie Greco-Albanesi d'Italia In evidenza

    I ricordi diretti o indiretti della vita delle persone e dei popoli abitualmente non possono andare oltre i cento anni o al massimo i centocinquanta dallo svolgimento dei relativi fatti. Molto più durature sono le tracce che però devono essere adeguatamente interpretate, di carattere storico, monumentale o documentario. Le fonti per la conoscenza della fede, di ambienti piccoli, che possono essere anche il punto di partenza della conoscenza anche di quelli grandi nel corso dei secoli e, talvolta, anche dei millenni, sono le chiese ed i loro archivi con relativi registri di vario genere, le opere storiche e la sopravvivenza degli usi dei popoli con tutti i loro alti e bassi. Lo studio di questi fenomeni richiede molto impegno e molto tempo e non si può improvvisare e può essere o analitico, in grossi volumi, o anche sintetico senza interessi di parti e di nomi di persone e di luoghi, sempre sulla base di adeguata documentazione.

    La storia della fede dei Greco-Albanesi di Sicilia, come di tutte le altre simili colonie d'Italia, per i tempi più recenti comincia sempre da Skanderbeg. C'è anche una storia precedente del popolo che l’ha prodotta che può andare indietro per circa altri duemila anni e tracce linguistiche che vanno anche molto più indietro fino alle origini del sanscrito. Di essa perfino il nome di persone e di luoghi e di popoli presenta dei dubbi e delle difficoltà. Da alcuni secoli ormai si è cominciato a ricercarla ed è indubbiamente molto importante ed interessante ed utile per conoscere la storia più recente. In questi casi aiuta pure la glottologia e la toponomastica. Ad esempio il nome Illiri è una variante del termine Elleni a cui si collegano i Macedoni ed un po' di meno i Traci “bellatores”, parzialmente antenati degli odierni Romeni. C'è pure chi cerca collegamenti con gli Etruschi.
La storia della fede come sopra indicato è quella di uomini che sono santi o peccatori come dimostrano le loro opere. Certo però la sopravvivenza o meno della fede è comunque un grande segno che non può negarsi. A proposito di Skanderbeg più che le molte centinaia di opere brevi o lunghe, scritte su di lui, (qualcuno dice che a proposito del numero di esse tra storia, leggenda e letteratura, esse potrebbero gareggiare perfino con quelle scritte su Napoleone o Cesare), esse certo non sono prive di interesse per la comprensione della storia di buona parte dell'Europa e dell'Asia del suo tempo ed in particolare dei tempi seguenti. Certamente gli scritti più importanti ed interessanti sono le lettere dello stesso Skanderbeg, note e spesso pubblicate, nelle quali si trovano frasi come queste: “Non senza consilio et prudentia havemo cercato satisfare a la fede, per defension de la quale havemo passato multi periculi, postomi infinite volte ad voluntaria morte”, oppure “et quando non potessi imprenderò quelo imprendere deggio” e tante altre. Dei Papi gli hanno tributato grandi elogi. Uno di essi, Callisto III, ha scritto: “la Provvidenza ti pose come muro per la difesa dei cristiani dalle crudelissime mani dei Turchi”.

    Assieme ai grandissimi elogi tributati a Skanderbeg dai vari papi del suo tempo (1443-1468) ci furono pure degli aiuti di carattere militare ed economico. Nel 1448 in seguito al tentativo di invadere l'Albania, fatto dal sultano Murat II, con un grandissimo esercito, come è stato scritto, forte di trecentomila soldati, Skanderbeg, per la difesa delle sue spalle ed anche del Regno di Napoli, mandò un quinto del suo esercito, circa tremila soldati, a presidiare le coste del Mare Adriatico dalla Sicilia fino alla Puglia in aiuto alle truppe del re Alfonso V il Magnanimo. La testa di ponte del corpo militare albanese di 453 soldati, seguìto dalle loro famiglie, iniziò a posizionarsi a Bisir, presso Mazara Del Vallo in Sicilia. Il papa Callisto III volle dare il suo aiuto a quella spedizione militare di Skanderbeg nominando nel 1449 come vescovo di Mazara il più illustre personaggio d'Oriente in Italia di quel tempo, il cardinale Giovanni Bessarione di Trebisonda vescovo niceno, che ha lasciato tracce nella letteratura italiana assieme a tanti altri letterati profughi da Costantinopoli. Come sua prebenda gli fu assegnato il così detto “Casale del Vescovo”, che affiancava la fortezza di Bisir sopra detta a cui era anche annesso un feudo di dodicimila (12000) ettari di cui circa duemila (2000) destinati a lui personalmente; gli altri diecimila (10.000) furono distribuiti ai soldati albanesi in ragione di circa venti (20) ettari a famiglia come ricompensa del servizio militare che avevano cominciato a prestare e che avrebbero prestato in seguito. Le notizie sull'amministrazione del “Casale del Vescovo, tenuta dal Bessarione, si trovano nel cosiddetto “libro rosso” che si conserva nell'archivio della diocesi di Mazara. Il cardinale Bessarione era anche abate commendatario dell'allora grandissimo e ricchissimo monastero di San Salvatore di Messina,e di quello di Santa Maria di Grottaferrata, non meno ricco e famoso. Essi allora erano i principali centri del bizantinismo in Italia. Uno dei primi provvedimenti presi dal Bessarione fu quello di mandare alcuni figli dei soldati stanziati a Bisir a studiare al San Salvatore di Messina, con l’ovvio scopo di curare la formazione religiosa e culturale delle loro comunità. Questo obiettivo non poteva realizzarsi in breve tempo. Esso ebbe così un costante seguito fino a tutto il XX secolo, e pochi anni dopo, nella ininterrotta serie di seminari, monasteri e collegi fondati e finanziati nel corso dei secoli dalla stessa Santa Sede, dalle autorità politiche del tempo e talvolta anche dai privati. Sembra quindi che si possa concludere che l'intenzione della Santa Sede nel sostenere la formazione anche religiosa e culturale delle colonie militari greco-albanesi d'Italia, finora per cinque secoli, si sia realizzata come sopra detto.

    Oltre alla contingente situazione militare di allora, c'era certo anche la necessità di sostenere la difesa dei cristiani anche con la testimonianza e l'azione, non solo del mondo occidentale, ma anche di quello orientale secondo le circostanze.

    La storia delle colonie greco-albanesi d'Italia è stata più o meno attentamente studiata fino alla fine del secolo XIX. Col passare del tempo si va anche prendendo più chiara coscienza della loro storia del XX secolo. Con questo scritto ci occupiamo sinteticamente di quella delle colonie, specialmente di Sicilia, durante questo stesso secolo XX, oltre ad alcuni accenni ai secoli precedenti.

    Nel secolo XIX fu raggiunto uno dei culmini più rilevanti della storia civile e religiosa di queste colonie di Sicilia, sulla scia di alcune grandi figure del secolo XVIII: Giorgio Guzzetta, Paolo Maria Parrino e Nicolò Chetta.

    La testa di ponte di quella spedizione militare di Scanderbeg in Italia, del 1448, era già bene impiantata nella Sicilia occidentale, che era il più probabile punto di sbarco di truppe ottomane che di là avrebbero potuto incanalarsi lungo l'Adriatico per prendere, in Albania, Skanderbeg alle spalle e aggredire anche il Regno di Napoli, che si affacciava nell’opposta sponda. Tra i componenti di quella testa di ponte c'era un Castriota ovviamente parente di Skanderbeg e molti rappresentanti delle principali famiglie d'Albania di quel tempo. Dopo l'insediamento militare e urbanistico nelle principali postazioni strategiche della Sicilia, il loro compito, secondo il loro solito, era quello di far riconoscere le loro “consuetudines” pure dette “privilegia”, che furono loro facilmente riconosciute e le loro cinque autonomie: amministrativa, giudiziaria, economica, militare e religiosa. Esse però presto dovettero essere fortemente difese per circa un secolo fino al 1553.ed ancora in seguito.

    La cura predisposta dal cardinale Bessarione cominciò a dare i suoi frutti, rifornendo di parroci ben preparati teologicamente e civilmente, ed anche in campo iconografico. Tra i greco-albanesi ben preparati che andavano sorgendo in Sicilia il primo che troviamo è un uomo di scienza: Cortesius Branaius (Cortese Granà) che insegnò greco classico e bizantino presso lo studio di Napoli. Da allora in avanti si incontra una serie più o meno ininterrotta di insegnanti di questa materia presso vari “Studi”, allora equivalenti alle posteriori università, fino all'ultimo di essi, Nicolò Camarda, che insegnò all'Università di Palermo nella seconda metà del secolo XIX. Lungo tutto questo periodo si dice comunemente che essi erano “gli unici a conoscere il greco in Italia”. Inoltre vennero anche insegnate, in istituti pubblici e privati, altre materie come teologia, filosofia, estetica, storia, letteratura, psicologia e perfino agraria e non raramente comparivano anche dei nomi illustri quali il Gran Parrino (teologia e storia), Nicolò Chetta (filosofia e storia), Giovanni Schirò (estetica). Si trovano anche altri studiosi come Gabriele Buccola che, per primo introdusse la psicologia sperimentale in Italia, Alfredo Cesareo che ha insegnato Lingua e Letteratura Italiana all’Univesità di Palermo, ricordato anche nella letteratura italiana, e i suoi due figli che compaiono per breve tempo come insegnanti uno di greco e uno di latino nell’ università di Palermo. Nella Scuola Normale di Palazzo Adriano, la seconda in Sicilia dopo quella di Palermo, fondata da Nicolò Sulli ed altri, per disposizione del vicerè Caracciolo, si insegnava anche agraria assieme al greco e al latino, ma curiosamente per allora non si trova traccia d’insegnamento dell’italiano.

    Si continuava pure a curare l’attività militare con personaggi come il Camizzi, “nequissimus comes”, che guidò la presa di Sciacca alla fine del secolo XVI. Si distinse pure con grande onore il gruppo di 500 soldati, che costituiva la truppa combattente delle dieci navi siciliane, nella battaglia di Lepanto, nel 1571 (quasi tutti morti nella seconda ripresa di essa, nella quale accorsero per primi). Esso era l’unico corpo militare esistente in Sicilia prima della fondazione delle sergenterie nel 1575. In seguito a quella battaglia la Santa Sede nel 1575 fondò il Collegio Greco di Roma.

    Nello stesso periodo, e da allora in avanti, nell’ambito dell’attività militare, alcuni, a servizio anche nell’amministrazione dei vari feudi, ottennero titoli nobiliari, anche in varie parti della Sicilia come Giacomo Parrino, barone di Carostà, Francesco Schirò, barone di Casabella, Nicolò Di Maggio barone in Caltabellotta. Vari altri raggiunsero posizioni economiche rilevanti e talvolta non si curavano di ricercare il titolo nobiliare, come i Reres di Mezzojuso imparentati con la più alta nobiltà di Sicilia o i Crispi a Ribera e i Dara, divenuti in seguito fra i maggiori feudatari di Sicilia ecc.

    I re di Napoli tennero per lungo tempo un reggimento di fiducia detto “Real Macedone” formato da soldati delle colonie greco-albanesi d'Italia e talvolta anche da albanesi d'Albania. Capitano di quel reggimento fu, negli ultimi tempi di esso, anche il nonno di Antonio Gramsci.

    In ambito religioso la conservazione della fede fu testimoniata da un martire, Giorgio Masaracchia, ucciso per la fede nel 1647 in Albania.

    Anche l'impegno sociale cominciò a produrre qualche rilevante testimone come il “cavaliere bianco” Giuseppe Alessi, persona discretamente istruita come il fratello Francesco, ucciso lo stesso giorno del suo matrimonio. Il Giuseppe Alessi era di famiglia palazzese, impiantatasi a Polizzi Generosa, ucciso a Palermo nel 1674. Egli aveva guidato la sommossa di quell'anno, scoppiata il 15 agosto, dopo quella del La Pilusa di pochi mesi prima, e dopo aver fatto approvare i suoi famosi 49 capitoli. Questi costituiscono l'inizio delle istanze sociali in tutta Europa con più di 100 anni di anticipo sulla rivoluzione francese. Quei capitoli sono molto più interessanti di quelli del pescivendolo Masaniello a Napoli che sono soltanto sei. Eppure egli è diventato molto più conosciuto dell'Alessi a causa di molti pettegolezzi che si diffusero sul suo conto.

    In seguito alla rivoluzione francese, sempre considerata dagli albanesi di Sicilia, per il modo del suo svolgimento, come un fatto assolutamente barbarico, dopo Napoleone, cominciarono a diffondersi in tutta Europa le rivendicazioni politiche. Esse, nei limiti del possibile, ad opera del Crispi e dei suoi seguaci, tendevano sempre a conservare la moderazione già testimoniata da Giuseppe Alessi nel 1674 e tipica del Kanun albanese che poi cominciò a prendere il nome di Skanderbeg. É importante ricordare che tutte le rivendicazioni sociali e le rivoluzioni politiche d'Europa nel XIX secolo partirono sempre da Palermo (dal 1821 in avanti) e videro tra i loro esponenti sempre dei Siculo-Albanesi che testimoniavano lo spirito di moderazione. Uno dei campioni di tali rivendicazioni in campo sociale fu l'arciprete Giovanni Alessi di Palazzo Adriano, autore dei primi scioperi cattolici pacifici d'Italia e sembra pure d'Europa, conosciute anche da Lenin e da Gandhi. Essi “tolsero il sonno a molti vescovi”, e fecero scrivere a Don Sturzo nel 1901, nel suo "La Croce di Costantino", che: "la Democrazia Cristiana ancora bambina a Palazzo Adriano diventò adulta".

   L'opera sociale dell'arciprete Alessi fece seguito a quella del Crispi. Questi non era soltanto un politico. L'interpretazione della sua opera è stata gravemente deformata dalla storiografia di sinistra. Però essa contiene tante direttive sociali ed educative assolutamente meritevole di essere prese in considerazione ed adeguatamente approfondite, come avvenimenti esemplari, nonostante il suo severo intervento al tempo dei Fasci col suo “stato d'assedio”. Continuatore dell'opera del Crispi almeno in gran parte del suo spirito si deve considerare Don Luigi Sturzo, la cui famiglia era con lui collegata da profondi rapporti di amicizia e forse anche di non stretta parentela, attraverso qualche matrimonio contratto con qualcuno dei Branciforte principi di Niscemi. Tra le tante notizie che la confermano si trova anche la testimonianza solo letteraria del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nella figura della principessa Angelica ed in quella di suo padre don Calogero (Se)Dara. I Dara erano a più riprese imparentati coi Crispi. Dell’amicizia dello Sturzo col Crispi ha dato anche conferma orale un nipote di Don Sturzo, che ha raccontato che il Crispi, quando si trovava a Caltagirone o nei dintorni, veniva ospitato a casa loro.

    Assieme all'arciprete Alessi e a Don Sturzo l'eredità del Crispi arriva alla figura che certamente è quella del più grande dei greco-albanesi d'Italia: Costantino Mortati. Egli è uno dei maggiori costituzionalisti della giurisprudenza italiana, se non il maggiore.

    Nel 1946 scrisse la bozza della Costituzione italiana, dopo lunghe discussioni approvata dai 75 membri della Costituente e dal Parlamento. Essa, come spesso si sente dire, sembra essere “la più bella del mondo”. Il Mortati era greco-albanese di Calabria docente di Diritto Costituzionale Comparato presso l'Università La Sapienza di Roma. Per gli Albanesi di Calabria, per circa un secolo, in seguito ad un evento molto doloroso, furono nominati vescovi ordinanti e rettori del collegio di San Benedetto Ullano, in seguito a quell'evento trasferito a San Demetrio Corone, dei Vescovi scelti tra i siculo-albanesi. L'ultimo di essi fu il vescovo Giovanni Barcia. In quel Collegio di San Demetrio Corone in quel tempo compì una parte dei suoi studi medio-superiori anche il Mortati, come prima il Crispi, l’Alessi, il Chetta, il Crispi (vescovo) e tanti altri, erano stati allievi del Seminario greco-albanese di Palermo.

    L'attività sociale politica e costituzionale di questi grandi greco-albanesi d'Italia ha radici ben al di là della loro piccola realtà locale ma non al di là della loro zona di provenienza. Queste derivano dalla cultura classica e greco-bizantina del triangolo illirico-epirota-macedone come, per una parte, dice lo stesso Skanderbeg: “Noi ni chiamiamo epiroti”. Nella Costituzione Italiana si testimoniano numerose corrispondenze con l'antico Kanun albanese della parte centrale dell’Albania, in seguito detto di Skanderbeg, a suo tempo signore della Dibra e della Matja nella zona della città di Scutari non lontano da Kruja.

    Quelle attività sociali, politiche e costituzionali furono preparate, a partire dal secolo XVIII, da alcuni notevoli studiosi, giornalisti e poeti. Il primo di essi fu Paolo Maria Parrino (1702-1756) detto "il gran Parrino" teologo e storico, rettore del Seminario Greco Albanese di Palermo, fondatore della linea scientifica che ha avuto sede in quel seminario. Egli ha scritto, assieme ad altri lavori, anche le regole di quel seminario e due poderose opere: "De Perpetua Consensione Albanensis Ecclesiae cum Romana " e "De sacramentis" rimaste inedite, ma passate nelle mani di tutti gli studiosi di vario genere sorti tra i greco albanesi di Sicilia, o direttamente, o per via indiretta, come nel caso di Enrico Cuccia, il noto presidente di Mediobanca, a suo tempo"salotto buono" dell'economia italiana. Allievo del Parrino fu Nicolò Chetta di Contessa Entellina, anch'egli rettore del seminario, profondo studioso di teologia e storia e pure poeta e filosofo, che per primo mise fortemente in evidenza tra i greco-albanesi d'Italia la filosofia dell'essere, in opposizione alle tendenze pseudo-culturali portate avanti da quella rivoluzione propagandata dagli enciclopedisti atei e poi diffusa in buona parte del mondo dopo Napoleone.  Il Chetta coniò anche il nome albanese di quella filosofia aristotelico-tomistica, detta dell'”Essere” che egli chiamó: "Të Klënë". Tale filosofia fu l'unica sempre riconosciuta fin dagli antichi Santi Padri della Chiesa, come concordabile con la rivelazione cristiana.

    Gli successe nel 1803 il poi vescovo ordinante dei Greco-Albanesi di Sicilia, Monsignor Francesco Chiarchiaro. Egli non fu uno studioso, ma piuttosto un organizzatore che sostenne lo sviluppo della rilevante organizzazione dei campieri allora sorta di recente. Essa fu alla base dell'azione politica del Crispi, nei suoi inizi, con grande connotazione religiosa, culturale e sociale, sostenuta anche dal re Ferdinando IV. I genitori di Monsignor Chiarchiaro erano dei latini passati al rito bizantino. Egli, si dedicò con grande cura all'insegnamento del catechismo nel rispetto delle particolari norme canoniche ed ascetiche del rito bizantino e alla cura del seminario di cui era rettore. Per esso ottenne un nuovo finanziamento di entità uguale alla metà di quanto ottenuto da padre Giorgio Guzzetta al tempo della sua fondazione, dato dal re Carlo III ed ammontante allora a quattrocento (400) onze. La sua azione si svolse non solo dal punto di vista religioso e ritualistico ma anche culturale secondo il suo incarico di Rettore del Seminario. Con particolare attenzione si dedicò anche al campo sociale. In esso gli fu particolarmente utile l’amicizia che lo legava al re di Napoli Ferdinando IV che allora aveva trasferito la sua sede a Palermo in seguito alla rivoluzione di Napoli del 1799. Tale era il grado della sua amicizia col re Ferdinando IV che questi gli mandava la sua carrozza a prenderlo quando lo invitava a corte.

    Nel 1824 gli successe nel rettorato del seminario e nel ruolo di vescovo ordinante, il figlio di una sua sorella, monsignor Giuseppe Crispi, anche egli di grande nome. Infatti egli fu deputato al Parlamento siciliano nel 1848, professore di greco e preside della Facoltà di Lettere della locale università e zio e docente del poi statista Francesco dello stesso cognome. Difese anche i grossi problemi ritualistici che si trascinavano fin dal 1742, anno della pubblicazione della bolla di Benedetto XIV la “Etsi Pastoralis”, che sosteneva la “praestantia ritus latini”. Essa aveva determinato la cauta, ma potente reazione teologica del Gran Parrino e dei suoi successori. Gli successe nel 1865 il papàs Andrea Cuccia di Mezzojuso prozio del banchiere Enrico Cuccia e zio del deputato Simone Cuccia che diede grande impulso alla costruzione del Teatro Massimo di Palermo, a quanto si dice o il più grande o uno dei più grandi d'Europa, almeno fino al tempo della sua fondazione. In questo campo delle costruzioni di organizzazioni di grandi opere di interesse socio-culturale, merita pure di essere ricordato il domenicano Fra Luigi Di Maggio, famoso predicatore per tutta l’Italia, figlio del barone Nicolò Di Maggio di Palazzo Adriano, già qui ricordato. Egli rifondò e sviluppò grandemente l’Istituto di Storia Patria di Palermo.

    Molto contestato per motivi politici dopo l'Unità d'Italia fu il rettorato di Monsignor Giuseppe Masi, pure di Mezzojuso, che comunque godeva di grande stima e rispetto.

    L'ultimo grande nell'ambito di questa linea religioso-sociale ed organizzativa, fu l’arciprete Giovanni Alessi, anch’egli di Palazzo Adriano primo organizzatore delle leghe cattoliche di Sicilia e dei relativi scioperi pacifici, che lo stesso Don Luigi Sturzo considerava suo maestro. Egli fu da lui aiutato nei suoi scioperi del 1904 a Caltagirone. In quell’occasione egli scrisse: “Quando riusciremo a fare quel che ha fatto questo anziano arciprete?”.

    Il nuovo secolo, il XX, vide il sorgere delle cattedre di lingua e letteratura albanese e di istituzioni bizantine in varie università d'Italia, su spinta già data dal Crispi, ma anche il progressivo decadimento di tutte le istituzioni religiose, dai seminari alle parrocchie, e del relativo rito. Subito dopo la prima guerra mondiale fu chiuso il loro glorioso seminario di Palermo, trasferito dalla Santa Sede a Grottaferrata. Esso era stato fucina di tutti i grandi personaggi in esso formati per quasi due secoli, alcuni dei quali lasciarono pure fama di santità.

    La grande cultura e storia greco-classica e bizantina, in Sicilia, sempre collegata con quella albanese, prevalentemente politico-militare, cominciò ad essere sostituita dagli studi di linguistica albanologica per loro natura piuttosto tecnici e non tanto dediti ai contenuti umanistici o di altro genere. I quattro vescovi che hanno rappresentato e guidato le colonie greco-albanesi di Sicilia per tutto il secolo XX a causa delle grandi difficoltà incontrate prevalentemente nell'ambiente di Piana degli Albanesi, come ne aveva incontrato a suo tempo anche il Chetta, videro il tramonto della rilevante storia delle colonie albanesi di Sicilia a cui qui abbiamo accennato. La santa Sede, per porre rimedio a questa incresciosa situazione, istituì nel 1919 dapprima l’Eparchia di Lungro, e nel 1937 anche quella di Piana degli Albanesi, affidata inizialmente all’Arcivescovo di Palermo. Allora tuttavia proseguì qualche importante appendice prevalentemente ad opera di alcuni laici. La più importante fu quella realizzata ad opera del Mortati nell’ambito della Costituzione Italiana. Proseguì così in campo politico la grande opera cominciata culturalmente nel Seminario con vari suoi ex-alunni, tra cui il poeta Gabriele Dara e più di tutti il Crispi col suo giornale “La Riforma”, di tiratura nazionale e vari altri. La cultura filosofica classica del seminario ed anche quella poetica da quella ispirata agì pure verso l’Albania, attraverso l’opera di alcuni poeti, tra i quali si distinsero il De Rada e il Dara. Lo stesso Mortati a Roma, alla vista di tutti, frequentava la parrocchia di Sant'Atanasio, collegata al Collegio Greco ed il relativo circolo "Besa", nel quale non disdegnava di tenere qualche conferenza.

    Con l’appoggio di Rosolino Petrotta, (Assessore alla Sanità della Regione Siciliana e perenne segretario delle Settimane Orientali a cui dedicò grande appoggio e diede grande sostegno dopo averne incoraggiato l’iniziativa) si svolsero quelle Settimane che furono il capolavoro del cardinale Luigi Lavitrano, arcivescovo di Palermo e titolare dell'Eparchia delle colonie greco-albanesi di Sicilia, che per alcuni anni, dedicò più attenzione ad essa che alla sua stessa Arcidiocesi, a causa dei riflessi internazionali di tale attività in campo ecumenico.

    Quelle Settimane Orientali, assieme alla secolare attività in campo ritualistico fecero dire al Papa Paolo VI, ora beato: “Siete stati tramite di alleanze e collaborazioni tra popoli e anticipatori del moderno ecumenismo”.

    Eppure questa illustre storia come tutte le cose umane, nel corso dei secoli, ha avuto degli alti e bassi, dai quali con l'aiuto di Dio finora è sempre riuscita a riprendersi. Accenniamo tra tutte le imprese lodevoli, anche ad un periodo doloroso, successo nel corso del XVII secolo, nel quale perfino alcuni sacerdoti furono uccisi. Qualcuno di essi, non si sa però se per motivi lodevoli o spregevoli, venne ricordato dai registri parrocchiali e dagli archivi con la frase corrente: “Morì di miseranda morte, senza ricevere sacramenti”.

    Tuttavia tramontano le imprese umane e il relativo male, ma Dio dice al suo Messia: “Ti darò in eredità le nazioni e in dominio gli ultimi confini della terra” (Salmo II.8) e “Possiedono la gioia tutti coloro che cercano rifugio in te e si rallegrano per sempre (Salmo V.12). La religione ebraico-cristiana da Abramo fino ad ora dura da quasi quattromila anni. Non c'è popolo, né impero né tipo di cultura, né filosofia che siano durate così a lungo. Anzitutto le organizzazioni umane, raramente durano a lungo ed in poche centinaia di anni, o talvolta anche decine, tramontano, sostituite da altre ugualmente effimere. Esse hanno come loro vessillo la caducità e la mutabilità di tutto, come indicano i loro stessi nomi: non essere, divenire, evoluzionismo, ignoto, relatività e relativismo ecc. e di questi limiti o nullità partecipano anche il tempo e lo spazio, le civiltà e le letterature e perfino l’interpretazione delle scienze in cui si dice che tutto muta. Ad esse si vuol dare una durata eterna come quella di Dio dicendo: “niente si crea e niente si distrugge” mentre la rivelazione ebraico-cristiana dice: Tutto è creato e tutto sarà distrutto e niente muta da sé stesso. E dell'artefice di queste cose si dice: “Tu solo duri in eterno e i tuoi anni non vengono meno”.

    I Greco-Albanesi di Sicilia e d’Italia si sono caratterizzati per secoli come testimoni della teologia orientale e del rito bizantino, come anche della cultura greco-classica in vari dei suoi rami, ed anche di quella bizantina in campo sociale davanti all’occidente, principalmente attraverso i personaggi qui avanti nominati ed altri più recenti sorti nel corso del secolo XX. Alcuni di essi hanno raggiunto livelli nazionali o internazionali, come Mortati, Crispi e Sturzo. Altri, pur avendo agito in ambiti più modesti hanno dato il loro contributo alla conservazione di quella cultura e attività teologica e filosofica, ma anche politica e sociale, fino al punto che hanno preceduto di circa cento anni il sorgere della neoscolastica avviata dall’opera benemerita del Cardinale Mercier e diventata al seguito della scolastica detta nel Medioevo aristotelico-tomistica, la stessa linea ufficiale del pensiero cattolico, grazie alla costante e profonda assistenza della stessa Santa Sede.

    Oltre i principali trasmettitori dell’antica cultura aristotelico-tomistica anche socratico-platonica, sono stati testimoni di essa in tutte le loro rilevanti imprese i principali rappresentanti greco-albanesi di Sicilia, anche se non sempre in specifiche trattazioni, attraverso i molti riferimenti e relativo spirito sparsi in tutti i loro scritti e le loro opere.

    La meraviglia è che quel pensiero greco classico è arrivato ad avvicinarsi a quello ebraico cristiano, mentre quelli che sono lontani da esso in fondo non arrivano nemmeno a capirlo e, se ne captano qualche indizio, presto lo dimenticano.

    L’iniziatore del pensiero classico che si è avvicinato a quello ebraico cristiano, e una quasi sterminata schiera dei suoi eredi culturali, sono testimoniati finora quasi da duemilacinquecento anni e il loro pensiero si impone fino ad ora e dice che nella sua essenziale formulazione: “il concetto è oggettivo universale e assoluto”. Così si diede inizio allo studio del realismo filosofico, della logica, ed in conclusione anche della stessa metafisica. Quell’iniziatore si chiamava Socrate ed era uno spaccapietre che camminava scalzo e probabilmente era analfabeta. I suoi seguaci tra gli altri furono Platone e poi Aristotele. Contro di essi gran parte della cultura moderna vuol fare una “de-ellenizzazione” come contro il concetto di essere, su cui quel realismo si fonda. Quella cultura moderna infatti tende ad affermare il mutevole e l'effimero. Si oppongono così due concezioni: quella del permanere e quella del continuo mutare come condizione essenziale di tutto. Ma Socrate aveva intuito che la naturale qualità della mente umana, quella di pensare, almeno in primo luogo corrisponde a ciò che circonda l'uomo, ossia alla materia a cui può riferirsi, cioè è oggettiva e almeno può durare quanto essa. Inoltre è assolutamente uguale per tutti gli uomini perché essi hanno un’unica natura che ha valore universale. È pure indipendente dalle particolari condizioni di ogni cosa, come il caldo, il freddo, il luogo, il tempo, il moto ecc. quindi in altri termini si dice assoluta. La materia invece non è libera da tali condizionamenti. Quindi il concetto differisce da essa, né c'è nessun altro essere vivente che sia capace di formulare concetti e di regolarsi come fa l'uomo attraverso il suo pensiero. Nell'uomo c'è qualcosa che non si trova negli altri esseri inerti o viventi. E non si sa nemmeno come possa chiamarsi chiaramente perché è inesprimibile per l'uomo e perciò si esprime con simboli di cose che agiscono ma non si vedono, come la vita ossia il respiro cioè lo spirito, o il vento, per i greci “ànemos”, e per i latini “animus” o “anima”. Questa capacità di pensare e di produrre idee, che faceva grande meraviglia agli antichi, mentre tanti dei moderni ne negano del tutto il valore, doveva avere origini differenti da quelle di tutte le altre cose ed anche una durata differente. Platone credette bene di dire che le idee sono innate, ossia nascono con l'uomo e l'accompagnano ed anche gli sopravvivono, a differenza dell’altra concezione di dubbia origine, che dice che la mente dell’uomo alla sua nascita è solo: “tabula rasa”e tutte le idee si vanno soltanto acquisendo. Alcuni hanno creduto di poter sorridere del concetto di idee innate. Certo non è facile decidere su chi o che cosa si possa sorridere. Nessun altro essere vivente produce idee, né nessuno se le crea da solo, anzi la moderna civiltà che le considera un puro “flatus vocis”, ha perfino ridotto quasi a nulla la sua capacità di pensare e di avere coscienza di sé stessa. Ma Platone aveva ben capito che le idee derivano dalla stessa natura umana e seguono norme precise che non dipendono dalla volontà, anche se essa può violentarle.

    Il terzo di questi tre grandi filosofi greci, Aristotele, approfondì ulteriormente la conoscenza delle qualità del concetto o del pensiero umano e le portò a tale profondità che non fu mai più superato nella storia dell'umanità, arrivando perfino ad avvicinarsi attraverso l'idea dell' “Atto Puro”, ossia della realtà assolutamente perfetta da qualsiasi punto di vista, allo stesso nome che Dio indicò a Mosè nel roveto ardente, come Suo proprio, ossia l' “Essere” o “Colui che è”, lasciando a tutta l'umanità che ne è venuta a conoscenza, un problema che richiese millenni per essere almeno compreso nel suo riferimento più profondo, ma non nella sua essenza. E tuttora molti nemmeno lo capiscono. Disse Aristotele che il pensiero, che egli chiama nella sua lingua “nòisis”, ha due livelli: un primo è una pura astrazione dal mondo materiale ed è ad esso collegato, e può essere corretto o erroneo. Il secondo livello egli lo chiamò “nòisis noìseos”, cioè “pensiero del pensiero” che non dipende dalla materia. Esso è il pensiero che pensa se stesso, che è autocosciente. Anch'esso, nell'ambito umano, può essere corretto o andare incontro a delle sviste, ma quantomeno ha la capacità di intuire che se qualcosa esiste, deve necessariamente esistere un essere unico che ne sia l'autore, che sia assolutamente perfetto, dal quale dipendano tutte le altre cose, e che sia perciò necessario, e lo chiamò “Atto Puro” cioè una pura causa dell'attuazione di tutto, nella quale non esista più nessuna potenzialità, ed egli perciò deve per forza essere infinito ed eterno. Non si può affatto evitare di ricordare questi tre grandi greci antichi, che sono all’origine del più corretto e longevo pensiero di tutta l’umanità, se non altro come naturale espressione della sua capacità di pensare. Ma siccome esso ha delle conseguenze evidenti, cioè liberamente vincolanti, molti, a causa di una malintesa libertà, non lo vogliono accettare e lo combattono. Però gli stessi Santi Padri del cristianesimo videro che questa concezione elaborata da un pagano si avvicinava alla dottrina rivelata a Mosè nel roveto ardente,, unica tra tutte le filosofie e quindi l'unica che può conciliarsi col cristianesimo, ed è perciò quasi come esso duratura, mentre tutte le altre in breve tramontano, spesso con disastri immani come le rivoluzioni e le guerre mondiali che hanno alla loro origine il tentativo di superare il concetto dell' “Essere da sé stesso” che non dipende da nessuno. Verso la fine del Medioevo alcuni tentarono di sostituirlo con l'empirismo che sta all’origine del materialismo, o col volontarismo nel quale in ultima analisi l’io pretende di porre il non-io (“l’io pone il non io”) nell'estremo tentativo satanico e titanico di uguagliare e superare l'atto puro. Questa è in fondo l'essenza del pensiero moderno, cominciata nel Medioevo con Ockham e Duns Scoto e sviluppata dai loro seguaci, tra tante condanne della Chiesa, fino ad arrivare all' enciclopedismo e alle rivoluzioni francese e russa e alle due guerre mondiali e alla formulazione fatta da alcuni tedeschi detti “la testa pensante d'Europa”, che posero i pilastri dell'idealismo fino alla seconda guerra mondiale. Stranamente le due principali espressioni moderne della cosiddetta civiltà, il materialismo e l'idealismo, finirono ambedue con esprimersi attraverso le dittature e l'autodistruzione.

    Dal punto di vista puramente logico, uno dei grandi greco-albanesi di Sicilia, come tanti altri al tempo della rivoluzione francese, s'accorse che la negazione dell'essere, avrebbe portato grande danno all'umanità, dai suoi tempi fino a quelli futuri. I suoi discendenti greco-albanesi svilupparono l'opposizione a quella rivoluzione francese e ai suoi metodi, fino all'opposizione contro il comunismo e il nazismo col conseguente impegno di riproporre la democrazia come abbiamo accennato. Questa, nata anticamente nelle loro zone d’origine, cioè l'antica Grecia, si trovò concorde col cristianesimo, anch'esso sorto non molto distante da lì. Esso non ha granché da vedere con le dottrine di alcuni popoli dell'Europa del Nord che malamente lo deformano come tanti altri, tutti chiusi in se stessi. I grandi greco-albanesi di Sicilia e d'Italia (come poco dopo fu anche la neoscolastica del Cardinale Mercier), videro che come aveva da secoli loro proposto la Santa Sede, il loro compito secolare era di conservare ferme le loro antiche tradizioni, ossia “consuetudines seu privilegia”, accanto alla loro fede e relativo rito religioso greco-bizantino, nel quale come anche in quello latino si disse e si dice che “una est Santa Eclesia, tam greca quam latina”. Essi prevedevano anche la conservazione e lo sviluppo del tipo di cultura che accompagna quella loro fede e provvidero a dargli grande sviluppo in campo politico e giornalistico. Tra i tanti che l’avevano capito, furono solo i Greco-Albanesi di Italia che riuscirono a portarla per lungo tempo al governo dell’Italia, non come fenomeno politico che passa e tramonta, ma come genuina espressione dell’umanità o, come dice Mortati come ”costituzione materiale” di essa e, come tale, durevole quanto essa. La moderna cultura, invece del Dio sempre lo stesso della Bibbia, dice che Dio è morto. Invece dei dieci comandamenti e dei sette doni dello Spirito Santo, propone una morale tutta al contrario di essi e i doni del diavolo nei vizi capitali, il tutto riflesso nella politica, nell'economia, nella filosofia, in molte letterature e in alcune erronee concezioni delle scienze. E questo è il mondo fondato sul maligno. Ma c'è anche il mondo fondato su Dio. In tutti quegli stessi campi e nel Padre Nostro si dice “sia fatta la tua volontà” e “venga il tuo regno”. Su questa base si fondano la filosofia e le scienze che sono con Dio, da cui necessariamente dipende tutto il resto che è nella via, nella verità e nella vita. Ma ora con la moderna cultura che è andata assumendo vari nomi, sostanzialmente più o meno equivalenti, cominciò una opposizione a quella religione e civiltà che proviene nella sua essenza iniziale da circa quattromila anni fa e arriva fino a Cristo e al cristianesimo. La moderna cultura secondo i brevissimi accenni che ne abbiamo fatto, permea gran parte dell'umanità che la segue, più o meno con spirito o agnostico o materialistico ed ateo, in tutti i campi: cinema, teatro, letteratura, storia, filosofia, pittura, scultura, economia, politica, psicologia, ecc. con grande potenza. Buona parte della moderna scienza rinnega pure essa l'antica filosofia che è risultata conciliabile col cristianesimo ed è anche passata ad affermazioni ad esso contrarie. Ma poiché la naturale capacità di pensare è uguale per tutti gli uomini, chiunque potrebbe facilmente capire che tante dottrine moderne, pure scientifiche, non hanno fondamento né filo logico e portano alla distruzione e alla scomparsa come è sempre successo a tutte le opere umane che le hanno precedute a conoscenza di tutti. Eppure l'uomo con la sua libertà è pure capace di mettere a tacere la sua stessa intelligenza e rifiutarsi di seguirla, ma non può sfuggire alla sua responsabilità. Del resto come non può negarsi la teologia e la filosofia dell'essere, nemmeno si può andare dietro a tante affermazioni delle scienze applicate, che vogliono ammantarsi di grande autorità. Abbiamo accennato al principio di Lavoisier che esattamente come il diavolo vuol convincere il mondo che non c'è Dio e che Dio è soltanto ciò che si vede e si tocca e sempre muta, e niente si crea e niente si distrugge. Ultimamente le scienze dette applicate, o alla lunga applicabili, si sono create un nuovo loro campione che confonde l'astratto col concreto e mescola le reciproche proprietà e il nulla col vero e la materia con lo spirito contro il parere della cultura millenaria che, a proposito del tempo, per esempio, dice che esso è soltanto “mensura motus secundum prius et posterius” e non ha nessuna realtà in se stesso, nè quelle cose meravigliose ed incredibili che moltissimi hanno accettato. Non può negarsi che la materia ha sempre un limite invalicabile e il pensiero non è prerogativa del nulla e che quindi non può esistere né relatività di Dio né relativismo del pensiero umano nella sua estrema realtà aperto all’infinito. Del resto anche in campi più immediati contro tutto il comune pensare ciecamente accettato da tanti, c'è stato un professore di una facoltà di ingegneria lontano ammiratore di Archimede, che pensava che sulla base di qualche nuova concezione poi confermata da un comune fatto, come la leva, a quanto pare ancora non bene indagata, cade la cosiddetta regola d'oro della meccanica e che il principio della conservazione dell’energia ed anche un certo numero di altri cosiddetti princìpi per loro natura, da sempre definiti “ipoteticamente certi”, cioè fino a prova contraria, potrebbero essere ritoccati e il principio della conservazione dell'energia, quasi divinizzato, “se ne va a carte quarantotto”. Già lo stesso Archimede veniva alquanto deriso quando, si dice, che affermava che con una sola mano avrebbe sollevato una nave di quei tempi. Ma egli, inventando il paranco, la sollevò davvero. E allora gli credettero per tutti i secoli futuri in tutto il mondo quando disse “dos mi pu sto ke su kinàso tan gan” (dammi dove mi appoggi e ti muoverò la terra). E questa frase non solo viene vagamente tradotta, ma sembra anche scarsamente capita. Ma Archimede studiava sul serio la leva, collegandola coi cerchi o con qualche altra cosa misteriosa. Infatti stava continuando i suoi studi sull'argomento, che rimasero interrotti, quando il soldato romano lo uccise mentre egli gli diceva: “mi mu tus kìklus taratte” (non scombinare i miei cerchi). E così la sua scommessa rimase sospesa e sembra che nessuno abbia più osato riprenderla. Ci può essere qualcuno che voglia cercare di capire cosa egli davvero intendeva dire? Dove va a finire la scienza applicata se cerca di uscire dai suoi limiti strettamente materiali, fossero pure come la luce?

    Ma c'è stata quasi recentemente un'altra iniziativa che ha preso ispirazione dalla Chiesa orientale dei greco-albanesi di Sicilia e dalle celebrazioni della Madonna detta Theotòkos, (madre di Dio) Odighìtria -guida nella via-, (verso il suo Figlio o verso la via della salvezza anche umana), Platitèra ton uranòn (più ampia dei cieli), ecc. Vista la grande confusione e diciamo pure la falsa e vana conoscenza di gran parte del mondo moderno (come dice il Salmo: “Il Signore conosce i pensieri dell’uomo, essi non sono che vanità”), quell’iniziativa ha proposto, e in piccolo l’ha anche realizzato a cominciare dalla Parrocchia San Giovanni Bosco di Palermo, che si riparta dallo studio della conoscenza e del pensiero e si ritorni a curare, intanto nelle chiese e nelle parrocchie, la corretta filosofia e la teologia Quell’iniziativa propose che si fondassero dei centri di cultura cristiana, per una adeguata istruzione e pratica di vita nella chiesa che “Una Est”. Per preparare i relativi docenti a Palermo è stata istituita anche una Università teologica intitolata a San Giovanni Evangelista. Ormai sono al servizio dei Centri Teologici di Base un centinaio di docenti e qualche centinaio di sedi e nel corso degli anni ormai si contano migliaia di alunni ed ex alunni. Ma San Giovanni Paolo II che ha scritto qualche decina di Lettere encicliche o di altro genere sui temi in parte piuttosto nuovi che vengono pure trattati in quei centri, certamente vorrà pregare il Padre Eterno affinché dia una mano a quella iniziativa per la quale egli si è tanto impegnato quando era papa.

    L'iniziativa essendosi sviluppata ad opera di un grande cardinale della Arcidiocesi di Palermo, Salvatore Pappalardo, ha avuto l'appoggio di Giovanni Paolo II, ora Santo, che da vivo ha proposto che questa iniziativa, ormai ben radicata a Palermo, fosse pure impiantata in tutte le diocesi del mondo. A questo scopo egli ha proposto e voluto che si nominasse un responsabile per l'organizzazione di questo tipo di attività in tutte le singole diocesi e nelle parrocchie e fondò pure allo scopo il “Pontificio Consiglio della Cultura”. Sembra difatti che da una ventina di anni si sia cominciata a sviluppare in tutto il mondo cattolico quella piccola iniziativa sorta nel 1967 nella parrocchia San Giovanni Bosco di Palermo detta “Gruppo di Cultura Cristiana San Gregorio Nisseno”, fortemente patrocinata dal Cardinale Salvatore Pappalardo e subito pure dal Papa ora San Giovanni Paolo II, della quale abbiamo pure parlato alcune volte in questo sito.

-3- Mosè e la filosofia dell'Essere In evidenza

    Mosè pascolava il gregge di suo suocero Ietro, nel paese di Madian sul Sinai. Sul vicino monte Oreb, al di là del deserto, vide una fiamma in un roveto e osservò che il roveto era tutto ardente ma non si consumava. Volle andare a vedere il fenomeno da vicino. Il Signore vedendolo avvicinarsi lo chiamò da mezzo al roveto e gli disse: “Non avvicinarti. Togliti i sandali dai piedi perché il luogo dove stai è terra santa”. Allora Mosè si tolse i calzari e si nascose la faccia tra le mani perché aveva paura di guardare Dio, e gli disse: “Io mi presenterò ai figli di Israele e dirò loro: Iddio dei padri vostri mi ha mandato a voi; se essi mi domanderanno qual è il suo nome, che cosa risponderò? Iddio rispose a Mosè: “Io sono colui che sono” (che in ebraico si dice Iavè). Poi soggiunse: ”Così dirai ai figli di Israele: “Io sono” mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome eterno con il quale mi invocheranno le generazioni future”. (Esodo, cap. 3).

    Questa fu una grande profezia. Veramente questo nome a prima vista sembra alquanto curioso, ma gli Ebrei del tempo di Mosè l’hanno capito nel senso col quale più di duemila anni dopo, o forse molto di più, i pagani Greci antichi cominciarono a capirla nel senso che poi si diffuse in tutto il mondo, più o meno ai primordi del pensiero umano, che poi si è imposto fino ad ora. E non esiste pensiero così profondo e duraturo come questo. In primo luogo ci si potrebbe chiedere: Come mai Dio volle presentarsi in mezzo ad un roveto ardente ad un Mosè che per la paura si coprì il volto con le mani? In realtà si tratta di una profezia, che indica l’unicità e l’infinità di Dio la cui comprensione cominciò a diffondersi fino ad ora, con questa interpretazione: “Io sono” detta da Dio non può prendersi nel senso banale che alcuni usano dire: “tu non sai chi sono io” oppure: “bada che io sono….” E cose simili. I più grandi pensatori del mondo, all’inizio del pensiero poetico o scientifico non superficiale ma profondo di tutta l’umanità, l’interpretarono nel senso che solo Dio può dire: “Io sono” nel senso che significa: Solo Egli è da se stesso e nessun altro può dire una cosa simile. Quindi solo Dio è eterno e se altri hanno voluto malamente ripeterlo, sono stati sempre smentiti nei secoli e nei millenni, mentre uno solo “è”, cosa che gli antichi grandi pensatori a tutti noti dissero con la semplice dicitura che sentì Mosè, che con un linguaggio modernizzato secondo il loro sviluppo culturale, dice “Io Sono” cioè che egli è “l’Essere” non uno qualsiasi, ma l’Essere per eccellenza eterno, e tutti gli altri esseri sono sempre effimeri. Su questa considerazione si basa l’unico tipo di filosofia che ha resistito finora, detta “la filosofia dell’essere” ossia la sola radice del pensiero umano che non ha l’uguale in questo mondo.

    Ormai si è cominciato a dire che essa è l’unica filosofia valida che si accorda non solo con la rivelazione divina dell’Antico Testamento ma anche con quella del Nuovo, che finora dura come tutti sanno, mentre le antiche o moderne filosofie presto scompaiono come si può vedere anche con tutte le leggi umane sempre rapidamente scomparse fin dall’antichità ed anche nei tempi più recenti. Non c’è bisogno di fare esempi perché essi sono diffusi dovunque e comunemente. Infatti solo la “filosofia dell’essere” corrisponde all’unico pensiero di questo mondo che è “oggettivo, universale ed assoluto” che immediatamente ci riporta a Socrate, Platone, Aristotele e San Tommaso. E questa è l’unica vera filosofia che si avvicina, per quanto timidamente, non tanto alla teologia in genere, sempre degna di rispetto, ma anche a quella che si esprime con le profezie e la storia che le conferma, che quindi ritengo giusto chiamare “Teologia Sperimentata” come le autentiche profezie confermano.

-2- Il "Liber Brevium di Callisto III" In evidenza

   Il “Liber Brevium di Callisto III” presenta un quadro dell'attività svolta dalla Santa Sede e dai popoli e loro rappresentanti cattolici durante il periodo delle guerre dei Turchi contro i popoli cristiani, circa la metà del secolo XV, e nel periodo delle guerre che poi sono sorte con molta somiglianza in Europa, in Asia e in Africa. Esse cominciarono dal secolo XIV e durarono fino alla fine dell'impero turco ad opera di Ataturk nel XX secolo. Queste guerre mostrano quali furono i popoli, i condottieri e gli eserciti che si sono distinti in tanti secoli, chi più o chi meno, come chiara espressione della loro fede e della loro fisionomia morale.

   Lo studio de “Il Liber Brevium” fu iniziato dal prof. P. Matteo Sciambra che lo lasciò incompleto alla sua morte nel 1967, e fu completato in collaborazione tra il professore P. Giuseppe Valentini e il sottoscritto Ignazio Parrino, allora dottore. Esso mostra il tipo di interesse seguito negli studi dal P. G. Valentini, essenzialmente caratterizzato dalla ricerca dei documenti e relativa presentazione, l’interpretazione degli stessi cominciata dallo Sciambra, e gli interessi del Parrino riguardanti l’interpretazione dei testi, la ricerca del loro spirito e la presentazione degli stessi documenti, come si vede dal Prologo e dall’Introduzione scritti dai sopraddetti autori.

-1- Acta Albaniae Vaticana In evidenza

In genere si pensa che la teologia sia una materia teorica e difficile. Questo sembra il parere di coloro che non si sono mai avvicinati ad essa. Ma questo è un evidente errore…..sperimentato.

 Quella che ognuno, o chi vuole, viene a sviluppare per conto suo, si chiama “Deismo”. C’è pure non una corrente di pensiero ma una pratica di vita detta prima “politeismo” ed in ultimo anche completamente “ateismo”.

Nella storia umana fin dall’inizio si sono andate sviluppando queste tendenze e ora siamo arrivati a qualche iniziativa molto interessante a partire dall’ultimo Concilio Ecumenico e dei Papi che sono seguiti ad esso. Spero anche a questo punto che qualcuna delle cose che sono andato facendo, sempre come modestissimo tentativo di seguire la volontà di Dio, possa svilupparsi come continuerò a tentare. È necessario anche un accenno a certi rami sussidiari della teologia fondamentale che è detta dogmatica. Il primo di questi rami fondamentali è detto morale, segue quello detto ascetica e poi diritto canonico, storia, ritualismi, ed altri simili rami di approfondimento che tutti comunque danno qualche contributo.

Secondo la Bibbia, la prima comparsa della teologia rivelata è dovuta allo stesso Dio in persona nella creazione di Adamo ed Eva e subito dopo anche nella presentazione dei primi loro doveri che sono di carattere morale. Dio stesso dice ad Adamo che Egli lo ha creato ed ha anche creato la luce e le stelle e anche tutti gli animali e le piante. Ma ad Adamo tutte queste cose non bastarono, perché non trovò nessuna cosa che gli somigliasse. Ogni cosa che fa Dio è un pilastro fondamentale. Adamo giustamente riconosce che nessuna delle cose create gli rassomiglia, e allora Dio stesso gli fa capire un’altra cosa fondamentale: “Non è bene che l’uomo sia solo” e Dio allora crea la donna che è uguale a lui ed essi insieme si moltiplicano e differiscono da tutte le altre cose. Ma essi devono riconoscere che è Dio stesso che li ha creati e ha indicato loro quali sono le cose che essi devono rispettare: la vita umana e la conoscenza e la distinzione del bene e del male. E così si va addirittura alle più profonde realtà della vita degli uomini, rimanendo essi liberi di osservarle o non osservarle, però con le debite conseguenze. Senza di queste l’uomo non è distinguibile da tutte le cose create in questo mondo, ma Eva e Adamo e il loro figlio Caino pensarono che potessero ugualmente comportarsi a piacere loro. Ma subito dopo dovettero prendere coscienza del loro errore. E qui comparve la morale che è l’approfondimento della conoscenza del bene e del male.

 

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-2- Skanderbeg e Bessarione e i Greco-Albanesi d'Italia In evidenza

Alla chiusura del Concilio di Ferrara-Firenze nel 1443, quando con la bolla “Laetentur Coeli” fu proclamata l’unione delle due Chiese Bizantina e Romana, si supponeva che le potenze cristiane sarebbero scese in guerra contro i Turchi. Ma la mobilitazione non avvenne ed in guerra scese solo il re d’Ungheria Ladislao accompagnato dal Legato Pontificio Cardinale Cesarini con l’esercito guidato da Giovanni Hunjadi, che contava 10.000 uomini, con armatura pesante. Ma nella infelice battaglia di Varna nel 1444 l’Hunjadi fu sconfitto e morirono anche il re d’Ungheria ed il Cardinale Cesarini. Nello sconforto che ne conseguì giunse tuttavia la notizia della vittoria di Torviolo nello stesso anno conseguita da Skanderbeg contro l’esercito turco che nel frattempo era arrivato in Albania. Skanderbeg mandò in tutta Europa tende ed insegne turche e code di cavallo che aveva conquistato in quella battaglia. Almeno c’era stato qualcuno che aveva sconfitto un esercito turco. Ma dopo quattro anni la situazione era ancora grave. L’Hunjadi era di nuovo stato sconfitto nella battaglia del Kossovo del 1448 e Murat II col suo esercito di 300.000 uomini si era presentato in Albania. I grandi sforzi diplomatici che la Chiesa faceva in tutta Europa ottenevano solo risultati di natura economica nella raccolta di fondi per la crociata che venivano distribuiti tra i principi cristiani. Tutti erano in allarme, ma in quel momento sul fronte attivo c’era solo Skanderbeg con alcuni aiuti da Venezia, Roma e Napoli. Alfonso V si accordò con lui per costituire sulla sponda adriatica del suo regno una retroguardia alle spalle dell’Albania per difendersi da eventuali infiltrazioni turche o anche angioine, dati i pessimi rapporti esistenti tra il re di Napoli e la Francia che avrebbe potuto approfittare della minaccia turca per rinnovare le sue rivendicazioni.

Skanderbeg dunque in quel frangente mandò in Italia un corpo di 3.000 uomini, un quinto di tutte le sue forze, per collaborare con le truppe aragonesi e con quelle pontificie. Il corpo militare mandato da Skanderbeg agli ordini di Demetrio Reres e dei suoi 2 figli Giorgio e Basilio si attestò in Puglia, in Calabria e in Sicilia.

Abbiamo raccolto le notizie che siamo riusciti a trovare sui movimenti del corpo di 453 soldati, con almeno alcune famiglie al seguito, che si andarono distribuendo in Sicilia alla ricerca delle posizioni strategiche più opportune. La loro prima sede fu il casale di Bisir presso Mazara, in un feudo anticamente bizantino di 12.000 ettari di ottime terre distribuite ai soldati in ragione di circa 20 ettari ciascuno. Da Bisir costituirono postazioni a Torre Manuzza nell’attuale parco archeologico di Selinunte ed a Erice in posizione sovrastante Trapani, nella zona dove ora è solo rimasta la loro probabile chiesa di S. Nicola. Seguendo poi l’antica via percorsa dagli Arabi nella loro penetrazione nell’interno della Sicilia a partire dall’827, si spostarono prima a Contessa Entellina nel 1450, e poi a Palazzo Adriano, con le relative famiglie. Questo paese si trova in quello che era il crocevia delle due principali vie dell’interno dell'isola, abitualmente percorse, fin dal tempo degli antichi Romani, da tutte le forze militari che hanno agito in essa nel corso dei secoli. Una di quelle due vie collegava Palermo con Agrigento, e l’altra collegava la Sicilia occidentale con quella orientale, fino a Catania, alle spalle della catena montuosa settentrionale sicula. Da Palazzo Adriano, diventato così “casale castrum” dove costruirono la loro prima cittadella, sul colle di S. Nicola, di eccezionale rilievo urbanistico-militare, difensivo e democratico come le altre che poi seguirono, oggetto di molti studi da parte delle Facoltà di Lettere e di Architettura dell’Università di Palermo, e dove posero la principale residenza delle loro famiglie, si andarono distribuendo in numerosi altri posti di cui abbiamo notizia, tutti in vista l’uno dall’altro, con possibilità di  segnalazioni col fuoco e col fumo ed anche con il kustrim (chiamata a voce alle armi) allora in uso , più o meno alla distanza di un giorno di strada di cavallo, cioè circa 50 km. Dal 1448, all’arrivo di Murat II in Albania, dove egli trovò accanita resistenza, Skanderbeg dunque era al centro dell’attenzione del mondo cristiano. Uno dei principali esponenti della diplomazia pontificia presso le varie corti d’Italia e d’Europa era Giovanni di Trebisonda Cardinale Bessarione, vescovo niceno, già principale rappresentante delle Chiese orientali al concilio di Firenze. Egli era stato nominato abate commendatario del monastero di S. Maria di Grottaferrata e di quello di S. Salvatore di Messina, allora due dei principali centri del bizantinismo in Italia. Nel 1449, un anno dopo l’arrivo degli Albanesi a Bisir, egli fu anche nominato vescovo della città di Mazara e titolare del grande feudo annesso al casale di Bisir, detto casale del vescovo, di cui abbiamo parlato, che veniva distribuito agli Albanesi. Il Bessarione divenne così il primo vescovo a cui facevano capo gli Albanesi allora giunti in Sicilia e titolare del feudo ad essi assegnato. Rimangono ancora i documenti dell’amministrazione di quel feudo tenuta dal Bessarione, radunati in cinque volumi. Questo primo incontro diede l’avvio ad una secolare serie di rapporti tra gli Albanesi di Sicilia e l’ambiente bizantino di Messina, dove si andava radicando l’eredità culturale del cardinale Bessarione ed in seguito di Costantino Lascaris e di tanti altri. Nello scorrere dei secoli questo ambiente finì coll’essere sostenuto dai Greco-Albanesi di Sicilia fino al terremoto che distrusse questa città nel 1908. Recentemente il sottoscritto ed altri abbiamo cercato di riprendere questi antichi rapporti. Skanderbeg e Bessarione sicuramente avevano notizia l’uno dell’altro. Ci sono dati pubblicati da padre Giuseppe Valentini negli Acta Albaniae Veneta riguardanti dei riferimenti di Bessarione a Skanderbeg. Essi si svolsero nell’ambito degli intensi e noti rapporti dello Skanderbeg con la Santa Sede al tempo di Callisto III (1453-1456), in occasione della Dieta di Mantova del 1459, della venuta di Skanderbeg in Italia contro i baroni ribelli del regno di Napoli nel 1460 e contro il principe Giovanni Orsini di Taranto, in occasione dell’invito della Santa Sede fatto a Skanderbeg nel 1463 di rompere la tregua da lui stipulata con Maometto II ed anche in occasione dei rapporti della Santa Sede con il re di Francia nello stesso periodo ed in tante altre numerose e rilevanti occasioni, la più importante delle quali fu certamente quella del 1464 quando Skanderbeg fu nominato da Pio II capitano generale dell'armata cristiana contro i Turchi, che però non si radunò. Dei Francesi Skanderbeg aveva scritto, con sue precise motivazioni: “questo vostro re dei reali di Francia non lo conosco e non lo voglio conoscere nè tenere se non per nemico” e ne erano conseguite azioni militari in Italia non favorevoli alla Francia.

Ma in Sicilia si intrecciarono i rapporti tra gli eredi di Skanderbeg e quelli di Bessarione destinati a protrarsi nei secoli. Il Bessarione provvide alla cura religiosa degli Albanesi quivi giunti che dipendevano da lui sia religiosamente che economicamente ed inviò alcuni loro giovani a studiare nel monastero di S. Salvatore di Messina. Di essi si ricorda un certo Figlia originario di Palazzo Adriano divenuto poi parroco a Piana degli Albanesi. Così questo monastero divenne il primo centro a cui fecero capo gli Albanesi di Sicilia, meglio detti Greco-Albanesi, fin dagli inizi del loro arrivo in quest’isola. L’usanza instaurata con il Bessarione e durata fino all’anno della sua morte, nel 1479 poté anche godere della celebre attività di Costantino Lascaris, del quale tra i Greco-Albanesi di Sicilia si tramanda ancora nome e cognome, e di altri che gli successero dei quali parla il Rodotà. Il Bessarione sostenne quattro principali filoni di attività:

La difesa dell’oriente cristiano pesantemente minacciato dai Turchi, attraverso le vie diplomatiche e culturali.

La presentazione della Chiesa Bizantina, nei suoi aspetti teologici e rituali, talvolta soggetti ad equivoci ed incomprensioni.

La prosecuzione del tentativo di unione tra le Chiese.

Il sostegno alla cultura classica sia greca che latina e la cura della sua diffusione.                                                                     

Quest’ultimo punto costituiva una specie di supporto agli altri tre, quello di più facile accesso e quello che lasciò tracce più durature nell’Europa dell’umanesimo ed oltre. Infatti sia la Santa Sede che il regno di Napoli ed altri Stati d’Italia ed in seguito anche dell’Europa si dedicarono a lungo alla cura della cultura classica non solo per i valori intrinseci che essa presentava ma anche sotto forma di sostegno all’oriente ed ai profughi che arrivavano in occidente in seguito all’espansione turca tra i quali il Pletone, il Calcondila, gli stessi Bessarione e Lascaris e tanti altri. Sostenendo questi e la cultura che rappresentavano assieme a quella latina, si ravvivava la coscienza e la cura della propria civiltà e della tradizionale cultura dell’occidente e dell’oriente per tenere vive importanti motivazioni della lotta contro i Turchi assieme a quelli della comune difesa anche personale. Del resto così pure si è fatto e si fa in altre occasioni quando si presentano ed emergono forze ostili spesso non conciliabili con la religione e che quindi contrastano la propria identità mediterranea e cristiana. Infatti la cultura classica sia greca che latina in gran parte si è trovata conciliabile con il Cristianesimo specialmente ad opera dei Santi Padri delle due Chiese. Comunemente anche si riconosce il grande contributo dato dai monasteri medioevali nella conservazione, moltiplicazione e trasmissione dei codici classici e dei loro contenuti. Lo stesso Bessarione investì gran parte dei rilevanti proventi di cui godeva nell’acquisto e nella riproduzione di circa 650 manoscritti della tradizione culturale sia greca che latina che poi regalò a Venezia. Con essi si formò il primo nucleo della Biblioteca Marciana, nella quale il nome del Bessarione si perpetua con onore, come anche nella letteratura italiana dell’umanesimo dove ha lasciato traccia come filosofo di ispirazione platonica. Ma mentre in Italia sopravvive il ricordo del Bessarione, tra i Greco-Albanesi di Sicilia ne sopravvive finora l’ispirazione operativa. Lo stesso avviene per la figura dello Skanderbeg. Rimangono costantemente vive ed attive le tematiche da essi sostenute, anche quando talvolta gli stessi nomi e le personalità di questi due corifei sono stati o trascurati o addirittura incompresi e quasi dimenticati. Rievocarne quindi la memoria, approfondendone anche la conoscenza significa individuare meglio le radici e le linee di sviluppo della stessa cultura greco-albanese d’Italia e la sua non indifferente presenza ed influenza nella stessa, attraverso figure come Crispi, Sturzo, Mortati e tanti altri.

Dello Skanderbeg, del cui nome prevalentemente s’impossessò la leggenda che in genere ingrandisce i ricordi, si celebrano sempre la sua abilità di condottiero e le sue vittorie contro i Turchi; ma da quando il ricordo della sua personalità è stato ripreso in considerazione dal punto di vista scientifico nell’ambito degli studi storici, ne è emerso che le dimensioni di questa figura superano le stesse proporzioni conservate dalla leggenda. Skanderbeg infatti non è solo il prode guerriero o l’eroe nazionale di un piccolo popolo, o di un certo numero di paesini fondati da profughi o da colonie di origine militare che a lui fanno capo. Non per nulla, mentre ogni popolo erige statue ai suoi figli illustri, Skanderbeg rappresenta uno dei pochi casi in cui un personaggio politico o militare abbia statue erette anche da popoli differenti dal suo. E come mai? L’aspetto militare presso i Greco-Albanesi di Sicilia è rimasto vivo in funzione antiturca fino alla battaglia di Lepanto, nella quale essi si distinsero con onore. Poi continuò nelle loro attività secolari nella difesa di rive del mare, nella custodia di passi e castelli, e nella gestione di feudi come amministratori e campieri, fino alla prima metà del secolo scorso e al sorgere dell’opera di Crispi e di Sturzo. Ma assieme a questa attività militare i Greco-Albanesi di Sicilia ne condussero altre due che fanno immediatamente capo alla figura di Skanderbeg, ai suoi più vicini collaboratori e alle principali famiglie nobiliari d’Albania, di cui si sono tramandati finora, per quasi seicento anni, nomi e cognomi come ce li segnala il Barlezio e come risultano nei registri parrocchiali di Palazzo Adriano, dove la maggior parte di essi si rifugiarono alla caduta dell’ultima roccaforte albanese, quella di Scutari, nel 1479. Fin dal 1450 i soldati mandati da Skanderbeg in Sicilia costruirono i loro centri, ed in particolare quello allora più rilevante, con una struttura urbanistica militare-difensiva e democratica, costituita da cittadelle contigue molto complesse che hanno suscitato l’ammirazione di vari studiosi. Qualcuno di essi, il Prof. Giuseppe Carta ordinario di urbanistica all’Università di Palermo, per quei suoi studi ha anche ricevuto un premio di portata nazionale. La fama di quelle importantissime strutture urbanistiche che sembrano uniche in Europa, si va diffondendo e il paese dove principalmente si possono ammirare è diventato un frequentato centro di turismo culturale. Il profondo senso di democrazia che emerge da quelle strutture urbanistiche corrisponde a ciò che si sa del comportamento di Skanderbeg e della sua Lega di Alessio, attraverso dati tangibili e da tutti apertamente visibili, costituiti dalle relative pietre. E il discorso delle pietre è certo molto solido.

Ma i dati storici ed urbanistici sul tipo di democrazia e sulla sua ispirazione religiosa, testimoniati da Skanderbeg e dal suo ambiente, trovano corrispondenza e conferma in vari decenni di lotte giudiziarie di un intero paese e nel corrispondente grande fondo documentario che le riguarda. Su di esso nel secolo scorso si sono andati moltiplicando gli studi e le pubblicazioni, tuttora in via di approfondimento. Si tratta delle lotte di Palazzo Adriano contro i baroni Opezinghi per la difesa dei suoi capitoli di inabitazione. Essi mostrano la complessa vicenda di tutte le conferme loro date dalle principali autorità religiose e politiche del tempo, dai papi ai re e viceré, e di tutte le lunghe lotte sostenute e per difenderli fino alla vigilia della rivoluzione francese, in ultimo anche attraverso i profondi interventi del viceré Caracciolo.

La portata di questi capitoli e del codice di leggi e di consuetudini che ne emerge assume proporzionale rilievo attraverso l’opera delle persone che da essi trassero ispirazione. Primo di essi fu Giuseppe Alessi, capo della rivolta di Palermo e di numerosi altri centri, del 1647. Egli cercò di organizzare secondo i loro principi l’amministrazione dei centri in rivolta. La stipula dei suoi 49 capitoli, meritevoli di molta attenzione, che anticiparono di 150 anni alcuni dei principi della rivoluzione francese, presenta la prima istanza sociale dell’Europa moderna. Quei Capitoli a loro tempo furono considerati pericolosi per la monarchia spagnola. Ma ciò che con quei 49 capitoli allora fu solo un’anticipazione divenne concreta realizzazione attraverso l’opera del Crispi anch’egli originario di quel paese. Quei capitoli di Palazzo Adriano infatti ispirarono i suoi due lavori sulle autonomie locali in Italia e in Europa, pubblicati nel 1850 e nel 1852, ai quali egli uniformò la sua futura opera legislativa. Anche Don Sturzo fa riferimento a non poche delle sue concezioni politiche.

Ma l’opera del Crispi al livello da lui raggiunto, aveva alla sua base un impianto culturale che da Bessarione in avanti si era andato sviluppando e radicando in una serie di istituti di buon livello culturale che hanno accompagnato nei secoli la vita dei Greco-Albanesi di Sicilia e di Italia. Oltre al già citato S. Salvatore di Messina bisogna ricordare il Collegio Greco di Roma, la Badia di Grottaferrata, l’Istituto del Reres di Mezzojuso, il Collegio Corsini di S. Benedetto Ullano, poi trasferito a S.Demetrio Corone ed il Seminario Greco-Albanese di Palermo. Chi entrava in questo seminario trovava sul portone di ingresso lo stemma del Bessarione presentante due braccia incrociate che insieme reggono la croce, simbolo delle due Chiese, l’orientale e l’occidentale. Anche nei manoscritti composti e conservati in quel seminario quello stemma è frequentemente riportato. Ma quel che conta è che insieme allo stemma riemergono sempre le idee del Bessarione divenute guida della vita culturale di quelle colonie anche indipendentemente dal suo nome. Anch’egli aveva preso almeno alcune di quelle sue idee da dottrine e concezioni precedenti. Mentre per secoli la vita culturale dei Greco-Albanesi di Italia è ruotata attorno alla conservazione del loro rito bizantino e ai tentativi di avvicinamento ai fratelli separati delle Chiese orientali o anche alla conservazione prima della cultura greca in Italia e poi allo sviluppo di quella albanese e della relativa lingua e delle tradizioni folkloristiche e sociali, nel Seminario Albanese di Palermo, a partire dal secolo XVIII, emerse una nuova coscienza culturale. Paolo Maria Parrino, frequentemente detto il Gran Parrino, produsse una grande opera teologica, di alto valore scientifico, destinata ad avere grande influsso su tutti i Greco-Albanesi colti dei secoli seguenti fino all’importante enciclica di Leone XIII dal titolo “Orientalium dignitas”.

Lo seguono il Velasti ed il Chetta, il Vescovo Crispi e lo Schirò, il poeta Dara e lo statista Crispi e numerosi altri che hanno lasciato testimonianze di carattere teologico, filosofico, estetico, sociale, politico ecc. Tanti altri meriterebbero di essere conosciuti più di quanto non lo siano finora non solo per il loro intrinseco valore ma principalmente per la loro eredità affermatasi in Italia in tanti campi tra cui quello politico e giuridico come ora dirò.

E' necessario partire un po’ da lontano. Le istanze innovative e libertarie emerse nel profondo medioevo dall’Asia minora ad opera dei Bogomili, spesso né colte né equilibrate, non avendo potuto radicarsi nell’oriente cristiano, trovarono invece terreno fertile nell’Europa occidentale. Esse andarono serpeggiando per lunghi secoli in quelle regioni attraverso gli Albigesi, i Catari, i Fraticelli, gli Hussiti ecc. fino a quando riuscirono ad affermarsi in modo ampio e stabile nel Calvinismo, nel Protestantesimo di Lutero, nell’Anglicanesimo con concetti di grande religiosità tendenti tuttavia all’anticlericalismo, all’ateismo e al materialismo, come sviluppo logico dell’insito relativismo e soggettivismo come dimostrarono i conseguenti sconvolgimenti di vasta portata della rivoluzione francese e di quella russa, eredi lontane di quelle dottrine. Il Concilio di Firenze pur non avendo raggiunto l’intento dell’unione delle due Chiese, d’oriente e d’occidente, precisò tuttavia la loro perfetta concordanza teologica e dottrinale di fondo, esprimibile attraverso le formulazioni elaborate dalla cultura filosofica ed antropologica del mondo classico e medioevale greco e latino. Il concilio di Firenze servì come base e punto di partenza per le concezioni controriformiste del concilio di Trento, che distinsero bene le differenze tra cattolicesimo e protestantesimo. Intanto incombeva sempre la minaccia turca anche sull’occidente ora diviso tra cattolici e protestanti dopo che aveva travolto buona parte dell’oriente cristiano. Mentre il mondo protestante partecipò poco a questa lotta, il mondo cattolico riuscì discretamente a difendersi attraverso eventi e figure come Skanderbeg, Giovanni Hunjadi e S. Giovanni da Capistrano, Mattia Corvino, la battaglia di Lepanto e Giovanni III Sobieski e relativi popoli fino a quando l’impero Turco cominciò a decadere. Intanto si andò consolidando il mondo protestante. Allo scoppio della rivoluzione francese che presentava le istanze libertarie del protestantesimo ormai laicizzate, la chiara espressione di Pio IX puntualizzava bene la situazione che si era creata per i cattolici. Dalla rivoluzione francese in avanti, erano comparsi all’orizzonte “i nuovi Musulmani”.

 Gli eventi di questi due ultimi secoli di storia europea ed in parte anche mondiale si andarono sviluppando come tutti sanno.  Ricordiamo solo quello che successe nell’ambito della multiforme eredità di Skanderbeg e di Bessarione in Sicilia ed in Italia. Il grande impianto culturale messo su nel secolo XVIII nel Seminario Greco-Albanese di Palermo ad opera di Paolo Maria Parrino e dei suoi successori in parte riecheggiato anche dal calabrese Pietro Pompilio Rodotà e dal neo-greco Tommaso Velasti, ospite di quel seminario di Palermo, pochi decenni dopo produsse la potente figura di Nicolò Chetta. Si sapeva già che la filosofia transalpina da Occam in avanti aveva negato il valore del concetto ridotto ad un puro flatus vocis. Ne era anche conseguita la stessa negazione della filosofia dell’essere e quindi la filosofia transalpina si ricollegava all’antica sofistica, allo scetticismo e ad altre connesse concezioni che si andavano sviluppando, sempre in contrasto con la filosofia aristotelico-tomistica e col pensiero cattolico. Il Chetta come tanti altri, al tempo della rivoluzione francese, vide che quelle dottrine di origine protestante erano passate alla fase operativa con personaggi come Federico II di Prussia e Napoleone che le diffusero a vastissimo raggio. Tutto il mondo ne sembrava travolto, anche attraverso il seguente passaggio dalla fase borghese a quella proletaria fino alla rivoluzione russa. In simili frangenti ognuno cercava di fare quello che poteva e Nicolò Chetta ebbe la fortuna di avere dei seguaci che riuscirono, unici in Italia, a portare le sue intuizioni ad affermarsi a livello nazionale. La Chiesa di Pio IX e di Leone XIII era in grande confusione. Davanti a quella che sembrava l’apostasia dell’occidente Leone XIII si accorse che l’oriente non era stato travolto da quelle dottrine moderne, già fin recentemente nel 1864, ancora condannate nel Sillabo di Pio IX. Leone XIII si rivolse dunque a quell’oriente attraverso quello che aveva nella stessa Roma: la Badia di Grottaferrata e l’ambiente greco-albanese d’Italia che proprio in quel momento attraverso il Crispi la reggeva. I Greco-Albanesi di Sicilia, eredi di Bessarione e di Skanderbeg conservavano ancora intatto lo spirito di quell’oriente nella cultura classica, nel rito bizantino e nella tendenza a rendere operative le dottrine. Essi quindi sostituirono semplicemente ai Turchi di una volta “i moderni Musulmani” cioè gli esponenti delle moderne culture. Per il resto come lo stesso oriente rimanevano ancora fermi oltre che nella cultura classica anche nei suoi più recenti sviluppi tomistici certo multiformi, non sempre da essi ampiamente trattati, ma certo solidamente conosciuti.

 Tutti questi temi ormai da vari decenni li dibattevano in contrapposizione alle moderne dottrine, con varie riviste e giornali, specialmente in ultimo attraverso “La Riforma” del Crispi di tiratura nazionale e dalla vita trentennale che riuscì a far chiudere perfino il giornale che era stato di Cavour dal titolo “L’Opinione”, e riuscì a portare il Crispi al governo dell’Italia per uno dei più lunghi periodi di durata dei governi della sua storia.

Da ora in avanti conseguirono tanti altri fatti che ormai da alcuni decenni mi sono impegnato quanto meno ad andare delineando dal punto di vista albanologico non potendo da solo affrontarli tutti ed approfondirli. Tanti colleghi mi hanno spesso detto che si tratta di temi difficili da trattare e più difficili ancora da far accettare. Sostanzialmente si tratta di cultura e di letteratura greco-albanese in lingua italiana ed anche di storia greco-albanese d’Italia interferente con quella italiana ed oltre. Alcuni colleghi si occupano di linguistica o di folklore o di letteratura formalistica o di altre cose simili. Ci sono anche coloro che non vedono chiaro se di questi argomenti che riguardano la cultura, la storia e la civiltà italiana e non solo, se ne debbano occupare gli Italiani considerando tutto italiano o germanico, come sarebbe meglio dire, o se se ne debbano anche occupare i Greco-Albanesi di Italia tra i quali quegli eventi sono sorti per appartenenza dei protagonisti, per cultura e per organizzazioni sociali e dai quali in buona parte sono anche stati portati avanti. Principale erede di Crispi nell’ambiente greco-albanese di Sicilia fu l’arciprete Giovanni Alessi, che con la sua “Lega Cattolica” organizzò i primi scioperi cattolici di Italia nel 1901, ovviamente pacifici come quelli del ramo crispino dei Fasci Siciliani nel 1893. La stessa Lega Cattolica dell’arciprete Alessi andò ad aiutare Don Sturzo nei suoi scioperi cattolici e pacifici del 1904, a Caltagirone, con Mangano, Rostagno, Lo Cascio e tanti altri. E Don Sturzo riconobbe l’arciprete Alessi come suo maestro e disse che: “La Democrazia Cristiana ancora bambina a Palazzo Adriano diventò adulta” (vedi “Croce di Costantino”, 1901, in Gabriele De Rosa, L’Azione Cattolica, capitolo I). Quando poi Don Sturzo, dopo gli avvenimenti riguardanti il suo Partito Popolare fu mandato in esilio, furono ancora i Greco-Albanesi d’Italia a sostenerne l’opera, con collaboratori quali il Cardinale Luigi Lavitrano o Mons. Eugenio Pacelli, poi Pio XII, attraverso il grandioso movimento delle Settimane Orientali, tra religioso e politico, di rilevanza internazionale. A causa di esso Paolo VI che ben ne conosceva la valenza religiosa e politica disse che i Greco-Albanesi di Italia erano stati “tramite di alleanze e collaborazioni tra popoli e anticipatori del moderno ecumenismo”, seguendo ancora la scia della conoscenza dell’oriente e del tentativo di unione delle chiese con conseguenze non solo religiose ma anche sociali e politiche.

Al tempo della democrazia cristiana, quando il comunismo in Italia sembrava avviarsi a trionfare, l’onorevole Violante in una conferenza tenuta all’Università di Palermo disse che il comunismo italiano non è Marx ma Gramsci. E Gramsci non fece mistero delle sue recenti origini albanesi e del collegamento della sua famiglia coi Greco-Albanesi d’Italia.

Nello stesso periodo anche l’economia italiana cominciava ad essere in buona parte nelle mani di Mediobanca e di Enrico Cuccia anch’egli greco-albanese originario di Mezzojuso, quando qualcuno lo chiamò “il padrone dei padroni d’Italia” e disse che “l’Italia era una bagneruola troppo piccola per un pesce troppo grande”. Quando gli eredi di Crispi e di Sturzo e quelli di Gramsci reggevano l’Italia, avvenne l’ultimo fatto rilevante che vogliamo ricordare. Protagonista nella stesura della bozza della Costituzione Italiana e non secondario sostenitore della sua approvazione fu Costantino Mortati, albanese di Calabria, il cui cognome significa “zia paterna”, alunno del collegio di S. Demetrio Corone in un periodo molto tormentato quando furono rettori di esso due vescovi di valore: Mons. Giuseppe Schirò e Mons. Giovanni Barcia. Del primo di essi il Beato Giovanni XXIII disse che era stato un nuovo S. Giovanni Crisostomo. A proposito della Costituzione Italiana, della sua rilevanza a livello internazionale e delle sue radici culturali e filosofiche ognuno può chiedersi a quali origini possa collegarsi. Certo il Mortati, già famosa e grande autorità giuridica, frequentava il collegio Greco di Roma e non si rifiutava, di tenere qualche conferenza nell’annesso circolo culturale “Besa” di Mons. Francesco Eleutero Fortino, fratello del Prof. Italo qui presente. Nostro obiettivo ormai da alcuni anni è di vedere se troviamo studiosi più o meno giovani che vogliano vedere se i dati e le intuizioni che presentiamo abbiano più o meno solido fondamento, come noi sempre cautamente e in forma di ipotesi, ci andiamo sforzando di dimostrare.

 

 

BIBLIOGRAFIA

NOTA: Nei lavori che qui segnaliamo è indicata la documentazione e la bibliografia essenziale su cui ci fondiamo per la trattazione dei temi qui presentati.

Parrino I. Da Crispi a Sturzo nella storia di Palazzo Adriano, S. Stefano Q. 1995.

Parrino I. Oriente d’Italia , Dispensa ad uso degli studenti dell’Università di Pa.

Crispi F. Componimenti Poetici (Cartolare), S. Stefano Q. 1995

La Mantia G. I Capitoli delle Colonie Greco-Albanesi di Sicilia dei sec.XV e XVI,

                Palermo 1904.

Parrino I. Gli ultimi due secoli di storia letteraria e civile inedita di Palazzo Adriano, Palermo 1982.

                (V centenario della fondazione)                                             

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