-17- La Madonna dell'Entrata In evidenza

Alcuni temi circa la Madonna

  INTRODUZIONE

La devozione alla Madonna

I cristiani cattolici ed ortodossi hanno sempre cantato le lodi della Madonna, riconoscendola madre di Dio e sempre vergine con tutto ciò che questi fatti comportano. Dopo molti secoli la Chiesa latina ha anche riconosciuto ufficialmente che essa è Immacolata, cioè nata senza peccato originale, e, come Cristo, libera da qualsiasi altro peccato, e quindi come lui è assunta in cielo. Prima della dichiarazione ufficiale, la fede del popolo cristiano ha sempre creduto questi fatti, o per antichissima tradizione o fondandosi su ciò che nei suoi riguardi è detto nei vangeli, o applicando a lei le numerose profezie che spesso in modo simbolico le si possono riferire, o attribuendo a lei, certamente “termine fisso d’eterno consiglio”, tutto ciò che dopo Cristo nell’opera della redenzione è conseguito, e inoltre “quantunque in creatura è di bontade”. Tutte queste lodi e conseguenti titoli si riconosce che le convengano anche con valido fondamento logico. Gli esempi più illustri di questi procedimenti attributivi si hanno nelle liturgie di tutti i riti, cattolici o ortodossi, nella litania collegata al rosario in uso nella Chiesa Latina e nella Paràklisis e nell’Akàthistos in uso nella Chiesa orientale, con tutti i relativi valori di grande arte e poesia. Si aggiungono le altre lodi a lei tributate con pitture e sculture o grandi monumenti architettonici, nelle paraliturgie delle varie Chiese, o espresse da tutti i suoi fedeli e da tutti gli scrittori, artisti e studiosi che di lei cantano o scrivono o parlano. La Mariologia è pure materia di corsi di studi universitari o di intere Facoltà dedicate alla Madonna. Non è facile trovare qualche cosa che finora non sia stata detta. Tuttavia non può sapersi se lo sviluppo delle conoscenze possa ancora aggiungere o precisare qualcosa. Si desidererebbe per esempio il riconoscimento ufficiale, come dogma, di una forma devozionale diffusissima che dichiara la Madonna “mediatrice universale di tutte le grazie”. La Chiesa Bizantina canta un testo comunemente diffuso che sembra chiaramente esprimere lo stesso concetto. Come tale esso sembra avere valore dogmatico. Esso dice: “Prostasia ton christianòn acatèschinte, mesitia pros ton piitin amatàthete”…. (Difesa invincibile dei cristiani, mediatrice intrascurabile presso il Creatore….).

Si può ammettere che l’avvicinamento al mistero della Madonna, pur avendone sempre sentito parlare, possa svilupparsi progressivamente fino all’età adulta delle persone. Quel mistero nei bambini o adolescenti può essere non sufficientemente conosciuto o andare incontro a qualche necessità di chiarimento, anche per riflesso di espressioni devozionali, il cui significato potrebbe ulteriormente precisarsi. Questo fatto potrebbe giustificare il tentativo di proporre questa breve trattazione di alcuni temi riguardanti la Madonna, fondandosi accuratamente sui testi evangelici disponibili e da tutti controllabili nelle traduzioni, con preferenza però per l’originale che è scritto in lingua greca. L’interpretazione di alcune profezie che la riguardano, spesso espresse in modo simbolico, se non è ufficialmente proposta dalla Chiesa, presenta maggiori difficoltà, anche se è utile tenerne conto. Tutto questo insieme è certamente un grande mistero. I riflessi dei testi scritturistici sono abbondantemente presenti nelle varie liturgie e nelle forme devozionali del culto mariano. La domanda a cui ogni cristiano vorrebbe risposta potrebbe essere: Come ha fatto la Madonna a corrispondere al suo inimmaginabile compito?

Anche l’uomo nelle sue due componenti, maschile e femminile, è un mistero, e si potrebbe supporre che esso finora non facilmente e adeguatamente sia da tutti o anche da se stesso conosciuto e accettato in tutto ciò che comporta, con una conoscenza che sia anche guida al comportamento.

Nonostante le varie interpretazioni che possono leggersi, non sono mai risultate tanto convincenti le spiegazioni che si danno dalle parole di Gesù, almeno in due circostanze rilevanti, quando Egli, invece di chiamare sua madre “mamma” come certo fanno tutti gli uomini riguardo alle loro mamme, la chiama “donna”. Ritengo che qualche motivo un po’ misterioso ci debba essere, come quando Egli chiama se stesso “figlio dell’uomo”. Come Cristo è figlio dell’uomo, e vero uomo, e ovviamente l’uomo per eccellenza, così si potrebbe pensare che Cristo chiami sua madre “donna” intendendo indicarla non solo come vera donna, ma anche come la “donna” per eccellenza, come viene, ad esempio di ogni donna, indicata nella civiltà bizantina.

Ovviamente quanto in questo scritto si propone non intende minimamente allontanarsi dall’autentico insegnamento della Chiesa Cattolica, pur proponendo qualche concezione non comunemente diffusa. Diciamo qui una volta per tutte che allo scrivente dispiacerebbe molto se essa dovesse risultare ardita o inattendibile. In tal caso egli non ha nessuna difficoltà a ritrattarla conservando tutto il rispetto e la considerazione dovuti alla Madonna e alla Chiesa.

 

-16- Dieci Anni di Studi col Prof. P. Giuseppe Valentini S.J. - Estratto- In evidenza

Presentazione del volume curato dai Proff. Attilio Vaccaro e Gioacchino Strano:

“Giuseppe Valentini (S.J.) (1900-1979) storico bizantinista e albanologo”

nella commemorazione del 40° anniversario della morte.

 

 

 Si accenna nel volume ad un vivente ricordo fino ai tempi attuali di alcuni antichi popoli tra loro storicamente vicini nella loro storia e civiltà: Greci, Latini, Macedoni, Illiri, Etruschi, Bizantini e vari popoli slavi e loro discendenti da alcuni millenni fino ad ora.

Qualche decennio fa si celebrò un convegno organizzato dal professore Italo Costante Fortino a Napoli. Era pure presente il professore Attilio Vaccaro. Il sottoscritto che partecipava a quel congegno stava trattando l'argomento dell’insediamento di parte dei soldati di Giorgio Castriota Skanderbeg (1406 – 1468) nell’Italia meridionale in seguito ai suoi accordi col Papa di quel periodo e col re di Napoli che garantivano l’accoglienza dei soldati di Skanderbeg e delle relative famiglie, qualora andassero male le guerre difensive da essi combattute contro i Turchi invasori. Essi volevano abbattere lo Skanderbeg a causa del quale “risuonava tutta l'Europa” per le vittorie che egli riportava contro i Turchi, unico tra i cristiani di quel tempo, dopo la morte di Giovanni Hunyadi seguito poi dal suo figlio Mattia Corvino nelle sue gloriose imprese emulo di suo padre. Il naturale cognome italianizzato di questi due, a quanto sembra, deriverebbe della tribù albanese dei Kurbinë. Essi si sarebbero impiantati in Ungheria in qualità di mercenari e divennero grandi eroi ungheresi di quel tempo. Lo stesso Mattia divenne anche re. Sembrava che essi, come lo Skanderbeg stessero ripetendo le imprese degli antichi Greci del tempo delle guerre persiane di alcuni secoli a.C. e quelle delle legioni illiriche e dei grandi imperatori romani di una volta da esse sostenuti, quali Diocleziano, Costantino il grande, Giustiniano ecc.

 Il conferenziere allora concluse che non si poteva sopportare che gli odierni discendenti dei soldati dello Skanderbeg, in Italia trascurassero la loro storia, dopo secoli di varia resistenza alla politica baronale di far rinunziare alle loro prerogative.

Essi infatti erano portatori di strutture sociali che poco dopo avrebbero cominciato a prevalere in Italia, come altre volte era successo in altri luoghi, in seguito all’azione del Crispi, dello Sturzo, del Mortati e di tanti altri di non indifferente rilievo.

C'era anche il problema della separazione tra la Chiesa orientale e quella Latina che era andata incontro a varie controverse vicende che però col tempo si andarono attenuando grazie a vari studiosi come Paolo Maria Parrino o il Rodotà del secolo diciottesimo, e al Papa Leone XIII che scrisse l'enciclica del titolo “Orientalium Dignitas” fino ad arrivare al Papa San Paolo VI, che riconobbe ai Greco-Albanesi d’Italia, a proposito dell’ecumenismo, di essere stati “tramite di alleanze tra popoli e anticipatori del moderno ecumenismo”.

In quel convegno venne augurato che questa importante storia riguardante ognuno dei popoli qui sopra nominati contribuisse a far continuare i loro rapporti in parte anche dipendenti dalla loro non rara somiglianza di pensiero, di cultura e di civiltà secondo i tempi. Però in occasione di quel convegno emerse la difficoltà di continuare gli studi sulle varie vicende non indifferenti dei tempi passati di tanti popoli. Invece ora quella difficoltà mostra di venire superata come tante altre volte è successo.

Viene pubblicato ora il volume di 702 pagine, qui sopra indicato, curato dai professori Attilio Vaccaro e Gioacchino Strano, nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa con ventuno studi di Professori che presentano scritti di autori di varie parti del mondo, sulle opere di tali personaggi e popoli complessivamente sul confronto secolare di differenti civiltà ed eventi.

Padre Valentini presenta nei suoi 25 volumi di “Acta Albaniae Vaticana” documenti riguardanti la storia di vari popoli d’Europa e d’Asia nei limiti del tempo esaminato e vari altri volumi sul Kanun e le usanze albanesi. Su di essi, ognuno, se vuole, può esprimere la sua “ardua sentenza”. Come ipotesi si può fare un confronto tra il bene e il male o tra il giusto e l’ingiusto nei vari messaggi lasciati da quei popoli e le loro opere e quelle delle singole persone, anche nei vari articoli del Valentini sparsi in tante riviste. Perfino i pagani come Plinio il Vecchio riuscirono a dire che l’oratore (o lo scrittore) è “homo bonus dicendi (o scribendi) peritus” e Cristo, in uno dei suoi massimi messaggi, dice: “Amate i vostri nemici”.

-15- Sapienza di Lunga Durata In evidenza

Premessa

 La Sapienza, ossia la capacità di valutare correttamente i pensieri e le azioni, sottintende anche una sufficiente loro conoscenza, la quale si acquista con l'esperienza di tutto ciò che può capitare nella vita. L'acquisto di essa non può essere una impresa facile né può realizzarsi in breve tempo. Essa non si identifica con la scienza magari ipotetica di tutto lo scibile, e non è separabile dalla prudenza. Non c'è uomo, che pur sapiente per quanto si voglia, non sia incorso, prima o dopo, in qualche sbaglio. Quindi non è mai esistita la perfezione in questo campo e l'acquisto di essa, nei suoi possibili limiti è piuttosto un dono di Dio, che non del tutto una personale conquista. Ma ci sono stati tanti uomini che hanno raggiunto livelli altissimi di qualche scienza di pensiero filosofico, di poesia, d’arte, ed è facilissimo fare tanti nomi che meritano anche di essere ricordati. Essi possono avere avuto la possibilità di usufruire di quanto hanno prodotto tanti uomini non certo in tutto lo scibile o agibile del mondo o dei secoli ed è indispensabile fare le dovute distinzioni che richiedono anche molta modestia che si usa anche chiamare umiltà. Vero che ci sono tante biblioteche specializzate o di qualsiasi argomento, o cartacee o di tutti i generi possibili e recentemente quelle telematiche che in poco spazio radunano patrimoni culturali vastissimi, ma la sapienza non è quella dei libri e dei codici di qualsiasi genere. Essa è la virtù degli uomini che sanno bene di essere solo di passaggio in questo mondo e quindi ogni uomo che nasce deve capire per bene che se vuole essere un sapiente deve cominciare pazientemente ad acquistare la conoscenza fin dove può arrivare, con la chiara coscienza dei suoi limiti irraggiungibili.

La mente umana ha numerose risorse addirittura tali che sembrano inimmaginabili e talvolta lo sono veramente, e la prima risorsa nell’ambito della Sapienza dovrebbe essere quella di limitare al massimo la parola che è uno splendido strumento che deriva da qualità mentali invisibili ma intuibili e controllabili e da un suo grande collega che si chiama silenzio. Questo felice connubio ha prodotto risultati impressionanti in tanti campi. Non è possibile dire in tutti, ma in alcuni campi certamente esistono tanti che cercano per tutta la vita di approfondirli. È sicura l'esistenza dei limiti della sapienza ma spesso di essa è ignota l'esistenza tanto è profonda e modesta, ed è spesso una qualche approfondita “scienza del proverbio”.

Alcune sue qualità sono conosciute ma non tanto prese in considerazione. Essa non si serve di carte o pergamene, o marmi ecc., ma abitualmente si serve del più volubile strumento che esiste che è la parola, da un celebre poeta detta “alata”. Eppure quella parola alata valica i secoli ed i continenti tramandandosi da persona a persona, anzi ha formato addirittura un pregevole genere letterario col quale sono stati scritti pure i più importanti testi dell’umanità nonostante che i comandamenti siano stati scritti nell’Esodo con una certa ampiezza.

Tuttavia nelle forme comunemente diffuse, essi sono proprio sintetici e sembrano quasi essere dei proverbi. Stessa forma hanno assunto alcune antichissime leggi sociali che, pure ampiamente commentabili e commentate, sono diffuse in forme di proverbi facili da capire e ricordare e sono ammirevoli e profondissime. Uno afferma l'assoluta uguaglianza di tutti gli uomini, come viene intesa da essi, ognuno dei quali si ritiene di avere, come persona, lo stesso valore di qualsiasi altra: “Ognuno pesa nella sua bilancia 400 onze”, cioè la massima cifra che secondo la tradizione bizantina potesse possedersi, e tale per principio viene riconosciuta a qualsiasi persona che non sia stata pubblicamente condannata. Un altro proverbio tramandato da tempo immemorabile afferma che qualsiasi famiglia debba avere il necessario per la sua alimentazione ed anche per altre indispensabili necessità, che tutte una volta provenivano dalla terra: “Ogni casa che fa fumo deve avere il suo pezzo di terra”. Queste dieci leggi di Dio dette Comandamenti e queste due leggi sociali, diventate dei veri e propri proverbi, abbracciano l'intera vita umana sia religiosa che sociale. Ma il discorso dei proverbi scende anche nei particolari della vita di ogni uomo sempre con lo stesso stile sintetico ma con grande abbondanza di precisazioni.

Abitualmente i proverbi vengono citati a memoria secondo le circostanze; queste però sono molto dettagliate. Ci sono stati degli uomini che hanno sviluppato le loro teorie o anche azioni che nel corso dei secoli vengono o ammirate o anche dimenticate o condannate. Ma non si sa chi per primo abbia pronunziato l'uno o l'altro dei proverbi. Essi vengono imparati a memoria e citati al momento opportuno e ognuno li capisce facilmente sia che li citi o li ascolti, e per questa via i proverbi percorrono i tempi e gli spazi anche immensi o i millenni e se qualcuno di essi non merita questo onore prima o dopo viene criticato e anche dimenticato, secondo la validità o meno di ciò che afferma. Infatti ci sono pure dei proverbi che sono espressioni di società non tanto corrette, nonostante che i singoli proverbi siano spesso dei capolavori. Secondo la loro natura prevalentemente popolare, non sempre godono del prestigio che meriterebbero. Per questo ho cercato alquanto qualche eventuale lavoro che abbia pensato a commentare quelli che è già capitano di incontrare, perché non è possibile ricercare tutti quelli che nei vari popoli e nei vari secoli siano esistiti. Ma non avendo trovato lavori del genere, nell'ambito di non molte ricerche, mi sono deciso a commentare quelli che, con l'aiuto di alcuni amici, sono riuscito a trovare tra gli Italo-Albanesi o Greco-Albanesi che si sono ambientati in Italia ormai da sei secoli in qua, riuscendo a conoscere abbastanza le loro essenziali caratteristiche assieme a quelle acquisite nel loro attuale ambiente. Risulta così, direi anche con meraviglia, che tanti proverbi, anche di origine analfabetica, non sembra che derivino dagli studi, ma sono semplici risultati dell'intelligenza umana o piuttosto della genialità di qualcuno, anche.se non istruito. Chi vorrà leggere il testo che allego a questa premessa ne troverà tanti esempi e potrà valutarli da se stesso. Quindi la precedenza su tutte le attività umane tocca alla naturale intelligenza dell'unico essere che la possiede per natura. Così i grandi sviluppi di alcuni popoli non sono esclusivi ad opera di alcuni geni, ma sono il risultato dell'attività di popoli che nel loro insieme sono riusciti a realizzare le civiltà che li hanno caratterizzati, ognuno per il suo verso come i Greci, i Romani, gli Etruschi, ecc. Ad essi si possono aggiungere anche quelli che per loro iniziativa hanno anche realizzato varie forme di religiosità che non sia rivelata, come per varie vie si può dimostrare, e allo stesso modo si può spiegare come altri popoli abbiano preso altre vie con corrispondenti risultati, senza voler escludere i possibili interventi soprannaturali o affermarli per forza. Manifestazioni del genere esprimono il livello di civiltà raggiunto da vari popoli di cui sono testimonianza i proverbi, come naturale espressione delle differenti forme di sviluppi che sorgono o decadono e si misurano a volte non tanto ad anni, ma a secoli. Il vero problema che si pone è quello di vedere quali forme si possono chiamare espressione di sapienza o di civiltà ed eventualmente individuarne anche le cause. Ma c'è anche un altro aspetto abbastanza noto del quale sarebbe giusto prendere approfondita coscienza. Certo i popoli, nei vari corsi e ricorsi della storia, sorgono e decadono e sono molti quelli che hanno segnalato tali fenomeni dei quali con qualche probabilità si sono anche segnalate le lunghezze dei periodi, non prive di eventuali cause e tutte destinate a finire. C'è un solo popolo del quale tra sviluppi e decadenze si segnala una durata, in alcuni suoi aspetti, che è la più lunga tra quelle di tutti i popoli del mondo. Qual è? Questo fatto merita certamente qualche riflessione.

 

-14-Tradizioni d'Oriente e d'Occidente: Il Ricco e il Povero In evidenza

Sembra che alcuni, pochi o molti, abbiano avuto la curiosità di sapere quale sia stata l'eventuale preistoria e la storia di tutta l'umanità o dei singoli suoi componenti nel corso dei secoli o dei millenni o anche di milioni o di miliardi di anni. L'argomento così impiantandolo, certamente è troppo vasto. Ci sono stati però almeno alcuni che hanno provato ad affrontarlo a cominciare da tempi comunque lontanissimi di centinaia di milioni di anni parlando delle amebe, dei topolini arboricoli, fino alle scimmie. Tuttavia la storia dell'umanità secondo studi più recenti, non senza ragioni, sembra che non sia stata così lunga come sembra che alcuni anche fino ad ora abbiano favoleggiato, con debolissimi argomenti, mentre in realtà in base a studi non infondati, sembra che essa possa ridursi a poche migliaia di anni. Altrimenti in tempi così lontani, se era veramente uomo, fornito di intelligenza e di ragione, cosa avrebbe fatto in periodi di tempo così lunghi, senza avere lasciato tracce dimostrabili? Alcuni parlando di umanità intelligente vorrebbero ridurre la sua durata fino a qualche centinaio di migliaia di anni. Ma anche questa drastica riduzione sembra ancora che parli di periodi troppo lunghi e ragionevolmente eccessivi dato che fa ancora ricorso ai più sfrenati evoluzionismi automatici. Alcuni più brevi calcoli affermano che l'uomo sia comparso effettivamente dotato di intelligenza dimostrabile, anche.se ancora non molto esercitata. A quest'ultima valutazione fanno capo anche studi autorevoli di carattere linguistico, psicologico, logico e simili, sostenuti anche da argomenti di stratigrafia orogenetica o archeologica di qualche città sommersa o di abitazioni anche se rudimentali. Ci sono pure forme di attività sicuramente umane come i graffiti o forme rozze di arti o attrezzi rudimentali paleolitici. A questo punto si può sicuramente cominciare a parlare dei singoli uomini e quindi anche delle donne e società forse minuscole. Un popolo, quello ebreo, ha conservato un racconto delle più antiche origini dell'umanità e dei singoli suoi membri con ricordo di qualche presenza buona e di una quasi totalità di malvagità, fino alla loro prima distruzione col diluvio universale al di fuori della famiglia di Noè. Di esso sembra che tuttora si conservino tracce non indifferenti. Si può affermare che la città sommersa del Mar Egeo detta Atlantide sia stata quella principale del diluvio universale? E quei resti lignei di una imbarcazione sull’alto del Monte Ararat cosa sono? Le catene di montagne che partono dalle Alpi fino al mare Egeo, alle spaccature ai margini della penisola arabica, e della dorsale atlantica che corre a circa quattromila metri sotto il mare fino quasi al Polo Sud, cosa sembrano dire? Comunque la Bibbia dice che Dio avrebbe abitato nelle tende del figlio maggiore di Noè, di nome Sem, capostipite dei Semiti e nel nome del suo discendente Abramo sarebbero stati benedetti tutti i popoli della terra. E a tutti gli altri uomini discendenti dagli altri due figli di Noè, di nome Cam e Yafet, cosa sarebbe successo? Qui tra argomenti orali e primi testi scritti, il racconto diventa più facilmente documentabile

C'è preistoria testimoniata o data da racconti orali o da monumenti di grande o piccola dimensione fino a quando si arriva all’origine della scrittura con la quale sicuramente si parla di vera e propria storia scritta anche su svariati oggetti anche di piccole dimensioni. Sempre di migliaia di anni si tratta, però di poche. Si può anche cominciare a capire di che tipi di uomini si tratta. La Bibbia assieme alla quasi totalità di malvagi, parla anche di qualche persona buona ed indica anche i tipi di malvagità che si diffondono.

Quasi dovunque si parla di guerre conseguenti alle comuni malvagità e di conseguenti distruzioni di intere popolazioni o di schiavitù, furti, violenze più o meno raccapriccianti. Alcuni uomini sempre sulla base di simili fatti, ricorrono ad organizzazioni anche di Stati che in seguito alla insaziabilità umana tendono a diventare sempre più grandi fino a quando dopo lunghi periodi di tempo arrivano ad essere distrutti da altri popoli che, dopo più o meno altri periodi di tempo, toccherà pure ad essi di essere distrutti o schiavizzati. C'è stato qualcuno che ha supposto che in seguito al totale abbrutimento che ne conseguiva, gli schiavi non avessero nemmeno l'anima e tale dubbio, in alcuni casi, arrivava anche ad estendersi alle donne. E si scrissero e si misero pure in uso dei codici di leggi che codificarono pure qualsiasi tipo di malvagità come la guerra di conquista, la schiavitù e qualsiasi tipo di abusi, talmente frequenti che viene perfino la nausea a sentirli raccontare. I primi furono i Bizantini ad abolire le guerre di conquista, ammettendo solo quelle difensive. Solo pochi decenni fa nella “Carta di Fondazione” delle Nazioni Unite si propose di non fare ricorso alle guerre. Le continue iniquità e violenze impedivano all'umanità perfino di aumentare di numero. Si calcola o si suppone che l'intero Impero Romano non avesse più di una ventina di milioni di abitanti nel tempo del suo massimo sviluppo e la privilegiata Italia in quel tempo sembra che non avesse più di cinque milioni di abitanti, molto meno di ognuna di tante grandi città moderne. Di fronte a tante continue iniquità molti scrittori di tempi perfino recenti o anche attuali, suppongono che simili fatti non si possono giudicare, e a questo punto ci si può chiedere: ma i loro autori erano o non erano uomini?

Certo che erano uomini, anche scrittori o artisti di vario genere e capi di Stato e di eserciti ma stranamente non tanto di scuole, eccetto pochi casi privati. E queste erano condizioni di pochi Stati privilegiati o di tutti gli uomini del mondo? La comune molla di tutti i popoli era la ricchezza e la potenza. Chi non riusciva a raggiungerle faceva parte della diffusa categoria dei poveri. E il politeismo cosa faceva? C'erano i filosofi, alcuni dei quali anche pregevoli. Erano sorte, specialmente in Asia, delle religioni antecedenti al cristianesimo che sopravvivono tuttora e i loro seguaci le seguono ancora con entusiasmo e grande attaccamento. Meno conosciute sono le religioni dell'Africa anteriori o anche posteriori all'Islamismo, eccetto quelle dell'antico Egitto e dell’Etiopia che sono abbastanza conosciute e quelle dell'America e dell'Australia anteriori all'arrivo in esse degli Europei che le hanno “scoperte” come anche i loro abitanti hanno “scoperto” gli Europei.

Dunque si tratta di uomini più o meno evoluti che sempre potrebbero arrivare ad evolversi e ogni tanto ci sono state e ci sono tuttora le rivoluzioni. Ma ci si può chiedere di che tipo siano perché ci sono e ci sono state pure le rivoluzioni buone e quelle meno buone e quanti modi di pensare ci sono sempre stati e ci sono tutt'ora in tutta l'umanità? Oppure “Ogni testa è tribunale”? Comunque nell’insieme questa storia dell'umanità per circa una decina di migliaia di anni è stata abbastanza triste anche.se qualche storico dalla dubbia mentalità si affatica a celebrarne le lodi. Comunque il solito popolo ebreo è il più antico tra i popoli della terra che conserva finora, anche con qualche variante, ancora viva la storia delle sue origini e successivi sviluppi. Questi poi si sono impiantati finora su gran parte dell’umanità anche la più evoluta che sia comparsa finora, come quella dei Greci e dei Latini e piano piano anche nel resto d'Europa fino ai nostri giorni, e anche nelle Americhe.

Il più famoso mistero del mondo è quello dell'uomo di origine ebrea detto il “Salvatore”, ma Salvatore di chi e di che cosa? Qui ci vuole l'impegno dei più grandi pensatori del mondo per capirci qualcosa e provare anche a spiegarla dopo adeguato ed attento esame anche in confronto di altri famosissimi fondatori di religioni. Difatti a pensarci bene, è stata solo la religione in qualche modo di tutti popoli, e di quello ebreo in particolare attraverso il cristianesimo sorto in mezzo ad esso, a stabilire un concreto termine di confronto con gli altri popoli e le loro usanze. Certo ognuno accetta e sostiene la sua religione e relativo tipo di civiltà, ma un vero e proprio confronto profondo e oggettivo tra tutte le religioni non sembra che sia stato fatto. Eppure i tempi e i dati per poterlo fare sembrano ormai maturi.

Ma una cosa è la religione e del tutto un'altra la filosofia e anche i tipi di rivoluzioni conseguite. Il giusto sarebbe che ognuno studiasse per bene la sua religione e la sua civiltà per poter fare un confronto possibilmente oggettivo.

Un fatto caratteristico fu che chi fondò il Cristianesimo era molto povero e parlava più o meno con tutti, anche con i poveri come lui. Basti dire che nacque in una stalla e visse per alcuni anni povero facendo un povero mestiere. Del resto egli faceva dei discorsi che erano molto rivoluzionari e del tutto differenti dalle cose che tutti avevano detto fino ad allora. Difatti mentre tutti cercavano di arricchirsi o di diventare potenti, egli diceva che non bisognava preoccuparsi del mangiare o del bere che a queste cose ci avrebbe pensato Dio che egli diceva che era suo Padre, e che invece di far guerre sarebbe stato meglio vivere in pace e d'accordo. Tante altre cose diceva che alcuni le ricordavano attentamente a memoria, e c'era pure chi prendeva degli appunti. Ma questi discorsi dispiacevano ai ricchi e ai potenti che si sentivano contraddetti e pensarono di ammazzarlo e lo ammazzarono davvero. Non sapevano proprio con chi avevano a che fare e non avevano nemmeno capito quel che egli intendeva dire, né lo conoscevano nel suo vero significato che era quello di essere Figlio di Dio e Lui stesso Dio, assieme al Padre e allo Spirito Santo.

Nessun fondatore di altre religioni ha fatto una simile affermazione e nessuno è resuscitato dai morti come raccontano gli Evangelisti e chiunque ci vuol credere.

La cosa più inaudita da lui proposta fu che non bisognava vendicarsi dei nemici che ti offendono o insultano come fino ad allora si usava fare. Ma egli cominciò a dire: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, pregate per quelli che vi insultano e vi perseguitano e sarete figli del Padre vostro che è nei cieli, che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Beati voi quando vi perseguiteranno e vi insulteranno e mentendo diranno ogni male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande sarà la vostra ricompensa nei cieli. Così hanno perseguitato anche i profeti che sono stati prima di voi.”

Ma anche a proposito della ricchezza, insegnava una dottrina sconvolgente molto diversa dal corrente modo di pensare. Però nell’Antico Testamento c'era stato qualcuno che proponeva una dottrina vicina alla Sua. Era l'autore del Salmo 48 uno dei cosiddetti figli di Core ai quali è intestato un certo numero di splendidi salmi. In questo caso la dottrina sconvolgente faceva anche parte di quella dell’Antico Testamento. Era chiaro che Gesù Cristo lo considerava pure parola di Dio. Quel salmo nei Versetti 13-14 e 19-20 parla contro la ricchezza e dice: “L'uomo nel troppo benessere è insensato; assomiglia al bestiame che viene ucciso” e dice pure: “anche se la fortuna ti esalta in vita, sarai lodato se avrai agito bene in coscienza”. Ma anche tra i pagani politeisti c'era stato un caso rarissimo, quello di Diogene, che viveva dentro una botte e rappresentava un caso tanto raro che diventò famoso fino al punto che lo stesso Alessandro Magno andò a dirgli che gli avrebbe dato qualunque cosa che egli avesse chiesto, stando, lo stesso Alessandro, con le spalle contro il sole. Ma ricevette, invece di una richiesta, solo la risposta che riguardo al sole sempre si accompagna al nome di Diogene, tanto fu ammirata. E c’è anche la sapienza popolare della quale parleremo nel prossimo mese in questo sito. Ma Gesù espresse un pensiero molto articolato, e diceva così: “Non accumulate tesori sulla terra dove la ruggine e la tignola consumano e dove i ladri sfondano il rubano”. (vedi Matteo 6, 19-21 e tanti altri simili versetti).

Ma tanto questa dottrina faceva impressione e altrettanto raramente fino ad allora era stata seguita. Ma tra i seguaci di Cristo essa si diffuse e diventò praticata da tanti che avevano capito la conclusione fatta dallo stesso Cristo che aggiunse: “perché dove è il tuo tesoro ivi sarà anche il tuo cuore”. Così questa dottrina per i cristiani diventò quasi un ordine che trova il suo culmine nel discorso sul Giudizio Universale e nei discorsi e nelle opere di molti santi. Non lo ascoltano solo coloro che nella loro fede non vanno in profondità. Del resto la dottrina della Chiesa nei suoi vari riti sia orientali che occidentali si esprime con molto equilibrio come anche traspare dalle parole di Cristo. Non sono le ricchezze come tali che vengono sconsigliate anche energicamente, ma è l'uso erroneo che se ne può fare. La ricerca affannosa e l’insaziabilità davanti a coloro che possano trovarsi in condizioni di bisogno, anche estremo, per un vero cristiano diventano insopportabili. E in tal caso la condanna è chiaramente espressa da chi può decretarla che dice: “Andate, maledetti, al fuoco eterno”. Quindi gli Stati del mondo, che tutti appartengono a Dio, e anche tutti i privati, nella loro amministrazione, anche familiare, devono regolarsi secondo questa dottrina affinché non ci siano inutili sprechi da parte dei ricchi, e bisogni, perfino estremi, da parte di coloro che mancano del necessario.

-13- Il Clero Coniugato delle Chiese Orientali delle Colonie Greco-Albanesi d'Italia In evidenza

 

Dio creò l'uomo e disse: “Non è bene che l'uomo sia solo, facciamogli un aiuto simile a lui”; a sua immagine li creò

e disse loro: “Crescete e moltiplicatevi e popolate la terra”.

Poi Gesù disse a San Pietro: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa

e le porte dell'inferno non prevarranno contro di essa”.

La base della fede rivelata è la Sacra Scrittura dell’Antico e del Nuovo Testamento. Essa è la parola di Dio, accettata da tutti coloro che credono in Lui, uno e trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, e riconosciuta “ex sese” (da se stesso) dal successore di Pietro. Fino al Concilio Vaticano I essa si disse che era “Revelata et Catholica Definita” in quanto era rivelata da Dio e confermata anche dalla Chiesa Cattolica. Ma in quel Concilio si decise che la fede rivelata è confermata solo da San Pietro e dai suoi successori  “ex sese non autem ex consensu ecclesiae”( da se stessi e non dal consenso della Chiesa). Quindi si arrivò all'enciclica di Leone XIII dal titolo “Orientalium Dignitas” e non si potevano più considerare escluse dalla retta fede le Chiese Orientali anche se divergenti in qualche rito o aspetto organizzativo o disciplinare che deriva da differenti tipi di civiltà e cultura, proposti e seguiti dai cristiani. Quindi la Chiesa si edifica su Pietro e i suoi successori ex sese. Ma la sua organizzazione umana non deve essere necessariamente riconosciuta dall’intera Chiesa e i dogmi della fede sono tali quando sono essenzialmente rivelati nella Sacra Scrittura e proposti dal successore di San Pietro. Ci possono essere anche usanze non necessariamente proposte da tutte le Chiese nel loro insieme. Questo è il caso delle Chiese Orientali che conservano l'uso della loro base in mezzo al popolo che è il clero coniugato e richiedono il celibato nella loro gerarchia. Questa è una norma che nella Chiesa sia Latina che Orientale si è andata affermando nel corso dei secoli in seguito a particolari circostanze trattate in tanti Concili o varie riunioni anche parziali di singole Chiese o gruppi di fedeli. Esse sono esemplari ed ammirevoli. Ma non è detto che le norme che riguardano il clero di base coniugato debbano essere sempre negate e contrastate per tutti i riti delle varie Chiese. Su questo argomento comunque le varie Chiese Orientali che hanno in comune oltre alla fede rivelata anche tante proprie usanze sostanzialmente però non differiscono dalla grande Chiesa Latina e pur con alcune varianti riguardo al cattolicesimo, tutte seguono ugualmente la fede di Cristo e sono tutte ugualmente, latine ed orientali, Chiese sorelle.

Tuttavia nel mondo latino non raramente sono comparsi dei tentativi di uniformare delle usanze altrui alle proprie, anche se non riguardano le condizioni della fede rivelata e approvata da Pietro, che da solo ha avuto da Cristo l’incarico di reggere le fondamenta della Chiesa universale. Anzi talvolta è successo che proprio Pietro ha sostenuto ed approvato delle tradizioni di altre Chiese che sono ugualmente cattoliche anche se non sono in tutto conformi alle usanze latine. In questi campi ci sono stati casi clamorosi come quello del Papa Benedetto XIV che promulgò la sua enciclica dal titolo “Etsi Pastoralis” nel 1742, con la quale proclamava la “praestantia ritus latini”, su tutte le altre Chiese della cristianità. Ovviamente successe una grande disapprovazione da parte di tutte le Chiese Orientali che professano la corretta fede, oltre che delle altre confessioni cristiane anche se non concordanti con le Chiese sia latine che orientali.

Non parlando di ciò che è successo in tutto il mondo cristiano diciamo qualcosa di ciò che è successo presso i Greco-Albanesi d'Italia e talvolta continua a succedere in casi simili anche nelle Chiese Orientali in tempi più recenti. Sfogliando l'archivio parrocchiale della Chiesa Greca di Palazzo Adriano si trovano tanti appunti di vescovi o loro delegati latini anteriori alla fondazione dell’eparchia delle colonie greco albanesi di Sicilia (1937) che riguardano suggerimenti di avvicinamenti a norme rituali latine ed altrettante affermazioni che dicono che di tali suggerimenti non si è tenuto conto. Ma col tempo il problema diventò più rilevante. In seguito alla “Etsi Pastoralis” furono presi provvedimenti contro i cleri delle singole colonie greco albanesi di Sicilia che però ricevettero il caldo appoggio anche economico delle loro popolazioni fino a quando non sorse un grande studioso, nel secolo XVIII, il papàs Paolo Maria Parrino che affrontò con molta delicatezza ma altrettanta fermezza il fondamentale problema dell'autonomia del rito bizantino in generale e del caso specifico delle colonie greco-albanesi d'Italia. I suoi lavori principali sono:

  1. “De Perpetua Consensione Albanensis Ecclesiae cum Romana Omnium Matre et Magistra” di 800 fogli scritti in latino,
  2. “De sacramentis”, di circa 500 fogli pure scritti in latino riguardanti il loro significato e la loro amministrazione nel rito bizantino in generale.
  3. Le regole del Seminario Greco-Albanese di Palermo.

Il Parrino ha pure lasciato delle opere minori tra le quali spiccano le regole del Seminario greco albanese di Palermo, fondato da padre Giorgio Guzzetta, filippino siciliano, originario di Piana degli Albanesi, che dopo alcuni contrasti affrontati anche dallo stesso Guzzetta e i rifacimenti delle regole scritti dal Parrino, questi riuscì a farle approvare dalla debita autorità ecclesiastica. Queste tre opere costituiscono la base dello sviluppo culturale dei Greco-Albanesi di Sicilia, non senza qualche contributo dato anche alla grande opera di Pietro Pompilio Rodotà dedicata alla storia e allo sviluppo dei Greco-Albanesi di Calabria e di qualche altra regione d'Italia. Così le tre grandi opere del Parrino rimaste inedite anche se riassunte in lingua italiana dall’altro grande scrittore greco, il gesuita padre Tommaso Velasti, sono passate per le mani di tutte le persone colte dei Greco-Albanesi di Sicilia e talvolta anche di altri siciliani e di altre regioni d'Italia. Esso si realizzò dopo circa centocinquant’anni di contrasti quando più o meno tutti i popoli dell'Europa occidentale o meglio i loro governi si professarono anticlericali o piuttosto atei. Il caso più rilevante si realizzò dopo il turbinoso periodo della rivoluzione francese quando i Greco-Albanesi ressero per vari anni l’Italia e influirono in campo culturale anche attraverso il loro grande giornale “La Riforma” arrivando perfino a far chiudere il grande giornale che era stato del Cavour. Fu quello il periodo della prevalenza in Italia della Sinistra Storica.

Dopo il breve periodo del fascismo successe almeno idealmente, ad una parte del partito della Sinistra Storica, la Democrazia Cristiana fondata da Luigi Sturzo. Egli era imparentato un po’ lontanamente con la grande famiglia Dara di Palazzo Adriano e grande amico del Crispi e poi dell'arciprete Alessi da lui stesso detto suo maestro. L’Alessi era stato il fondatore in Sicilia dell'Unione Cattolica del Lavoro nel 1901, e del primo grande sciopero cattolico e pacifico di tutta la Sicilia, la cui notizia interessò tutta l’Italia e “tolse il sonno a molti vescovi”, e interessò pure Gandhi e Lenin. Il metodo degli scioperi pacifici influenzò col suo esempio tutti i grandi movimenti pacifici del mondo del secolo XX. Cose del genere ed altre simili furono ispirate dai Greci con l'influsso delle loro tradizioni che conservarono, come conservano tuttora tenacemente, la loro civiltà culturale di origine greco-classica e quella politico-militare. Essa spesso sfociava nei governi dei vari paesi a cominciare da Filippo il Macedone e da suo figlio Alessandro Magno e tanti imperatori romani e capi di Stato che come in Italia si sono posti a servizio di alcune altre nazioni moderne come la Grecia, l’Egitto ed altri Stati e relativi governi fino all'impero ottomano ed in ultimo anche in parte fino a Ismail Kemal Pascià, detto Ataturk, di madre albanese.

Una delle tradizioni della Chiesa Orientale, non sempre ben sopportate dal mondo latino lungo i secoli, specialmente nel nostro secondo millennio, è stata quella del clero coniugato, la quale tuttavia fu pure contrastata anche da qualcuno dei grandi e numerosi Santi Padri della Chiesa Orientale come San Basilio il Grande, fratello dell’ugualmente grande San Gregorio Nazianzeno, che era pure Vescovo e celebre teologo, sposato con l'ottima Teodoto. Ma complessivamente la tradizione del clero di base coniugato, a cominciare da San Pietro, chiamato da Cristo, non fu mai decisamente contrastata nel primo millennio del cristianesimo. Ma nel secondo millennio, anche in seguito al sorgere dei monaci cluniacensi (benedettini) e di quelli francescani e domenicani, tutti ordini più o meno mendicanti, aumentarono un po' i contrasti, senza però mai arrivare a pieni divieti, perfino con lo stesso Papa Benedetto XIV. Ma a partire dall'inizio del ventesimo secolo, da parte dei Papi Benedetto XV, o Pio XII, pur grandi estimatori dell’oriente, non a nome loro, ma a nome di autorità subalterne, come i funzionari ecclesiastici di alcune Congregazioni romane, e i rettori dei seminari, si diede inizio ad una nuova politica contro il clero coniugato dei greco albanesi d'Italia mettendo i loro seminari in mano a rettori che propagavano il celibato, arrivando perfino ad abolirlo del tutto per alcuni decenni, sempre tuttavia con la ferma opposizione di tutto quel clero, sia coniugato che anche celibe. Si arrivò così alla conclusione narrata da Ernesto Schirò, autore del libro dal titolo: “Storia Prestigio e Diaspora degli Arbëreshë” -Mezzojuso 2019, pag. 180- che in poche parole narra la recente ripresa del clero coniugato, con le stesse disposizioni del Concilio Vaticano II e delle Congregazioni romane interessate al problema e pronunziatesi cautamente in modo scritto o orale: “Negli ultimi decenni il problema del clero coniugato, che era stato indebitamente ostacolato dalle autorità subalterne del clero latino, è stato sollevato dal prof Ignazio Parrino, davanti all'autorità della Congregazione Orientale e dell’allora Sant'Uffizio, poi Congregazione della Fede, e il suo ripristino ha consentito di fatto una nuova presenza di vari elementi del clero coniugato”.

-12- IL GRAN LAVORO DELLE PONTIFICIE UNIVERSITA’ DI ROMA – LA RIFORMA DELLA PASTORALE E DELLA CULTURA CATTOLICA NEL MONDO In evidenza

Dedicato alla Madonna “Theotòkos”

(Madre di Dio), Assunta in Cielo

 

PREMESSA

Ormai sembra evidente che il nostro XX secolo abbia segnato la fine di un’epoca durata circa un millennio, e dato inizio ad una nuova, almeno interessante tutta l’Europa che presto si estenderà a tutto il mondo. Dopo il felice periodo dei Comuni che ha visto il sorgere e l’affermarsi di figure come San Tommaso d’Aquino, Dante e tanti altri nell’ambito filosofico e teologico e in quello letterario e di alcune forme di amministrazioni democratiche in politica, avvenne il passaggio alle Signorie come inizio di una nuova epoca col prevalere di famiglie nobiliari. Il nuovo clima che si andò creando finirà col giungere alle dittature di destra e di sinistra del XX secolo in campo politico e nella stessa Chiesa con un tipo di orientamento che vide come suo ultimo rappresentante una figura certamente illustre come è stato il papa Pio XII.

Il sorgere del nuovo orientamento di apertura alle nuove tendenze era già cominciato col grande papa Leone XIII e la sua Rerum Novarum, ma ci vollero le due guerre mondiali ed il crollo delle due dittature e del lontano Giappone con le bombe atomiche, a spiantare del tutto quell’ormai quasi millenario orientamento di regni e dittature. Cominciò così ad affermarsi il mondo delle democrazie in campo sociale e politico e relativamente anche nell’ambito della Chiesa Cattolica, iniziate col papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II ed i papi seguenti. I primi sentori in campo ecclesiastico comparvero con le Università della Chiesa Cattolica, espresse principalmente dai vari Ordini Religiosi, delle quali nella sola Roma ce n’erano ben quattordici, tra le quali una di quelle che spiccavano maggiormente era quella Pontificia Gregoriana gestita dai Gesuiti. Tutte queste Università cominciarono ad indagare nella stessa organizzazione umana della Chiesa e sulla realtà civile nella quale esse vivevano sviluppando la relativa dottrina compatibile con la Rivelazione e relative dogmatica e morale che avevano una realtà che ormai da secoli, si era andata affermando. Alla Gregoriana e più o meno anche altrove si era andato sviluppando un esame delle proprie dottrine confrontate con quelle di coloro che erano “avversari” cioè quelli che sostenevano dottrine opposte e che ovviamente si consideravano erronee. Tra i relativi studiosi ce n’erano alcuni di fama mondiale, tra i quali, come esempio, eccelleva Bernardo Lonergan gesuita di origine canadese. Le linee essenziali della dottrina cattolica, abitualmente attaccata quasi su tutti i fronti, erano quelle della dogmatica e della morale e in campo filosofico quella dell’essere con tutte le relative precisazioni, con l’appoggio pressoché infinito di tanti altri specifici chiarimenti ed approfondimenti con l’opera di singole materie. Studiando attentamente i singoli problemi quasi in ogni campo diventava piuttosto facile fare i confronti e distinguere quelli ammissibili da quelli considerati manifestamente erronei, senza però passare a scontri a tutto spiano e cioè in modo discorsivo e chiaramente distinguendo ufficialmente tra le persone e le loro dottrine fino a quando e quanto era possibile. Ma c’era ancora un residuo dei tempi passati: i corsi seminaristici che si distinguevano da quelli accademici e non richiedevano né davano titoli di studio ufficiali, ma solo attestati di frequenza. Allora si riteneva che per istruire una popolazione in gran parte analfabeta non era necessario avere persone altamente qualificate. Così venivano mandate a studiare in tutte quelle Università delle persone scelte da tante parti del mondo che venivano accolte in collegi nazionali. Chiaramente allora la situazione culturale in queste condizioni di gran parte del mondo non era affatto brillante. L’intuizione di papa Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II sulla base di ben 900 (novecento) volumi di atti preparatori, durante gli atti del Concilio preparò un formidabile direi riassunto dei suoi atti pubblicato in tutto il mondo, che diede le premesse alla resistenza contro una massa di gente atea e materialista con un inizio di tanti gruppi. Uno di questi cominciò quasi inavvertitamente a formare tanti altri piccoli gruppi preparatori e a realizzare con essi fin dal 1967, a livello parrocchiale, dei corsi filosofici e teologici che cominciarono ad estendersi fino a quando nel 1977 pubblicarono un loro “Statuto Ragionato Provvisorio” che fu distribuito a tutte le parrocchie di Palermo.

Il vero inizio di questa attività cominciò quando il cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo prese in considerazione l’attività già svolta per diffonderla, e fece dire al loro organizzatore, dal suo vicario Mons. Marcataio: “Sua Eminenza vuole che quello che finora avete fatto voi, ora lo faremo noi stessi. A te rimane l’onore di essere stato il primo ad avere iniziato questo tipo di lavoro”. Ma la situazione allora nelle Chiese locali come più o meno anche altrove non era tanto facile come gli era stato fatto presente da qualche anno prima, sia in campo civile che ecclesiastico sia nella pubblica cultura che nel campo morale di non poche persone. Gli inizi ad opera del Cardinale faticarono assai ad affermarsi per tre anni in tre differenti tentativi. Il primo con i Gesuiti di Bagheria presso Palermo, il secondo con le Suore del Cardinale Ruffini già impegnate ad operare nel campo di qualche ramo degli studi universitari. Ma non essendosi potuto avviare per queste due volte, il Cardinale Pappalardo decise di occuparsene personalmente e portò questa iniziativa nella sua stessa sede nel palazzo arcivescovile, partecipando spesso di persona, come è narrato negli atti di essa pubblicati in occasione del suo trentennio di inizio.

A coloro che ritenevano che un lavoro del genere difficilmente potesse riuscire, il Cardinale rispondeva: “Ma un lavoro del genere è una realtà funzionante (già da dieci anni) nella nostra Archidiocesi”. Lo stesso Cardinale si era convinto che un simile lavoro non era facile perché le condizioni generali della Chiesa, intanto locale, non erano tanto favorevoli sia in campo culturale che in qualche modo anche morale, essendo i due campi spesso collegati l’uno all’altro come è stato messo in evidenza. Il Cardinale decise così che in primo luogo bisognasse preparare il clero per agire in quel livello pastorale e parlare di filosofia e teologia con i problemi connessi. Allo scopo dovette recarsi a Roma nel 1980 per esporre al papa Giovanni Paolo II appena eletto, il suo programma di fondazione, a livello locale della Chiesa di Palermo e delle altre dell’intera Sicilia, di una o più Università filosofiche e teologiche collegate con le Università Pontificie di Roma. Ma lo stesso papa trovò qualche difficoltà a far decollare un programma del genere, a quel livello anche mondiale, ma egli non era persona da arrendersi davanti alle difficoltà di far decollare un tale programma e il 20 maggio del 1982 divulgò la sua lettera autografica di fondazione del Pontificio Consiglio della Cultura A.A.S. 74 (1982) 683-688. Il primo testo distribuito di tale Pontificio Consiglio, dal titolo: “Per una Pastorale della Cultura” (N° 285) fu pubblicato dalle Paoline nel 1989, via Francesco Albani, 21, 20149 Milano.

Non è facile seguire lo sviluppo di queste iniziative del papa e dei relativi incontri mondiali dei Vescovi. Ma a Palermo e in tante altre parti della Sicilia tale sviluppo diventò visibile. Lo stesso papa, ora San Giovanni Paolo II dal 1982 in avanti venne in Sicilia per ben quattro volte e nella stessa Roma egli da quell’anno in avanti segui personalmente lo sviluppo di esse come risulta da una serie di atti pontifici e di atti delle loro sezioni, più o meno finchè egli visse, come si può trovare in tutte le relative pubblicazioni, passim. Comunque anche a livello mondiale si andarono fondando centinaia e forse migliaia di Università sostenute o da grandi Diocesi o da raggruppamenti di alcune di esse con evidenti riflessi nelle parrocchie e nella formazione del clero.

Quando il Papa Benedetto XVI venne n Sicilia, sull’esempio già dato da San Giovanni Paolo II, trovò circa ventimila giovani e relative famiglie ad accoglierlo. Il Cardinale di Palermo, dandogli il benvenuto, disse che la sua venuta era un incoraggiamento per la Sicilia. Ma egli con evidente entusiasmo rispose che era lui stesso che se ne ritornava incoraggiato in Vaticano.

 

 

 

-11- Psicologia delle dottrine e degli avvenimenti - Cap. IV - L'Antico Testamento e il Nuovo In evidenza

PREMESSA

SINTESI DI CIVILTÀ ANTICHE E MODERNE

 

“Porgo il mio orecchio ad un proverbio,

 risolvo il mio enigma sulla lira.”

 

Il principale valore dell’uomo sta nella realtà della sua anima che lo caratterizza e lo distingue da tutti gli altri esseri di questo mondo. La sua anima è una realtà personale, come il pensiero che ne consegue, che è un patrimonio pure personale e distingue gli uomini l’uno dall’altro. La distinzione essenzialmente si fonda sulla possibilità di ogni uomo vivente di scegliere tra il bene e il male, come è stato di tutti i suoi antenati e sarà dei suoi discendenti.

C’è sempre in ognuno la curiosità di sapere cosa hanno fatto o faranno tutti gli uomini presenti, passati o futuri. La difficoltà di indagare sulla vita degli uomini di tutti i tempi è grande e fa anche meraviglia l’enorme difficoltà di distinguere tra le varie scelte che sono state fatte nel corso dei secoli ed anche tra quelle che si fanno tuttora. Comunque si dice che non c’è cosa che non verrà rivelata né segreto che non sarà conosciuto. Lascia sbalorditi il comportamento di molti storici che dovrebbero essere uomini di cultura e di sana moralità, ma anche i miti e le leggende che sono patrimonio di tutti i popoli, che approvano o condannano spesso sommariamente senza, a quanto pare, volere o saper fare quella famosa distinzione tra il bene e il male. Eppure lo spirito umano e l’anima di ogni singolo uomo hanno la naturale capacità di fare quella distinzione. Diamo una velocissima indicazione di ciò che in linea di massima succede in questo campo. Ma è una enorme presunzione cercare di capire cosa successe con questo comportamento? La cosa in realtà non è tanto difficile, (non certo riguardo a tutti gli uomini, che abitualmente tendono a nascondere le loro magagne, a meno che in casi rari non si abbiano dati certi o sicura documentazione,) ma riguardo ad interi popoli che sono vissuti per secoli ed hanno lasciato grandi ricordi. Anche in questo caso si incontrano fatti stranissimi. I primi uomini che sono vissuti, (non miliardi di anni fa come si favoleggia, ma solo poche migliaia di anni fa, come hanno dimostrato i linguisti con loro concreti argomenti,) presto diventarono tanto malvagi che Dio decise di distruggerli tutti, eccetto uno solo con la sua famiglia, col diluvio universale, del quale sembra che siano rimaste probabili tracce, ma concrete, nella città sommersa detta Atlantide e nelle isole Santorini della Grecia e fino alle enormi spaccature ed eruzioni della crosta terrestre che quasi vanno dall’un polo all’altro. Da quell’unico uomo e relativa famiglia, salvati, si sviluppò l’attuale umanità diffusa in tutto il mondo. Gran parte di essa non fu fino ad ora in ogni caso migliore di quella del diluvio universale. Ma Dio non volle più fare un diluvio come quello già avvenuto e tra i tre figli di Noè scelse solo quello che si chiamava Sem, nelle tende del quale decise che in seguito avrebbe abitato. Ma non disse altrettanto degli altri due sopra indicati che si chiamavano Cam e Jafet. Quindi sembra che in qualche modo, anche se non in tutto, questi due siano stati lasciati alla loro sorte, e qualche motivo ci sarà stato. Si vide presto e chiaramente quale fu la loro vita. Andando per sommi capi si delineò quello che furono capaci di fare i Camiti e i Giapeti. La prima cosa che fecero fu quella di dimenticare il Dio che li aveva creati e di inventarsene tanti altri a loro immagine. Tentarono anche di fare un buco nel cielo per acchiappare Dio e rubargli i suoi segreti, tanto erano ignoranti come in qualche modo lo sono tuttora chissà quanti uomini e popoli. Ma non tutto fu così disastroso e questo fatto è la prova che Dio è stato sempre il buon padre che non abbandona i suoi figli. Egli comunque andò sempre scegliendo quelli che a suo giudizio corrispondevano alla sua volontà. Infatti non scelse tutti i Semiti, ma tra di essi ne scelse uno solo che, ormai in tempi storici, fu Abramo nel cui nome potrebbero essere benedetti tutti i popoli del mondo, ma il testo di quella profezia dice che “tutti saranno benedetti”. Abramo ebbe alcuni figli ma ancora tra questi Dio ne scelse uno solo che si chiamava Isacco, che fu buono come suo padre. Anche tra i figli di Isacco ci fu ancora un’altra scelta e Dio ne scelse ancora uno solo che si chiamò Giacobbe, che doveva essere il padre dei vari rami del popolo ebreo e della sua storia nei secoli fino ad ora, caso unico come durata e non solo, tra tutti i popoli che siano comparsi sulla terra. Tra tutti questi, anche se Dio continuò a fare le sue scelte, tuttavia fece sorgere delle grandi letterature, delle grandi opere d’arte e monumenti e perfino delle filosofie, come quella dell’essere, che riuscì, unica tra tutte, ad avvicinarsi allo stesso Dio. É l’unica che continua ad esistere nel corso di alcuni millenni. Però le opere malvage che facevano gli uomini superavano di gran lunga le cose buone che fecero che del resto non riuscirono mai a cambiare tutta l’umanità.

E quindi in gran numero, singoli uomini o interi popoli diventarono ladri, assassini, adulteri ecc. e non trascurarono nessuna delle grandi malvagità che tutti i popoli, gli Stati e gli Imperi riuscirono a realizzare, anche se lasciarono grandi nomi che per brevità non possiamo tutti segnalare, del resto c’è grande somiglianza tra tutti. Tra questi si distinsero i Greci antichi nelle opere, nelle arti e nel pensiero, i Macedoni con Alessandro Magno ed il suo impero durato pochi secoli erede e diffusore in tante parti del mondo di tutte quelle grandi opere fatte dagli antichi Greci. Ci furono anche i Romani e il loro grande impero dalla durata millenaria. Anche i Babilonesi, i Persiani, gli Indiani, i Cinesi e tanti altri, che comunque furono tutti o in gran parte grandi malfattori che fecero tante malvagità da fare spavento come tutti i loro lontani discendenti fino ai nostri giorni con le guerre mondiali, le bombe atomiche, le organizzazioni bancarie speculative, gli aborti, la distruzione delle famiglie ecc.

Ma “quando giunse la pienezza dei tempi” ci fu uno che provò a cambiare il corso della storia e delle sue imprese, e propose una rivoluzione radicale. Egli invece di furti ed omicidi e malvagità varie propose delle cose fino ad allora incredibili, anche se in parte preannunziate da varie profezie e diceva: “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, pregate per quelli che vi insultano e vi perseguitano” e tante altre cose simili. Ma quelli che non gradivano simili discorsi credettero bene di ucciderlo e cancellare quei ricordi. Ma si ingannavano perché non capirono con chi avevano a che fare. Infatti egli risuscitò il terzo giorno dalla sua morte, e fece così capire che tutti gli uomini sono predestinati a risuscitare a loro tempo, ognuno secondo le sue opere e che quindi è un fatto importante cercare di fare quelle giuste, con l’aiuto di Dio. Comunque è sempre in via di sviluppo la trasformazione dell’umanità come fece Gesù Cristo a nome suo, e ci furono alcuni popoli e ci sono tuttora, che cercarono di avvicinarsi ai discorsi da Lui fatti, sempre col Suo aiuto, che del resto non è mai mancato. E tra i tanti popoli che l’hanno seguito ce ne sono stati alcuni che l’hanno avvicinato più degli altri. L’insegnamento di Cristo presso qualcuno di questi popoli come suol dirsi passò in proverbio e la sua semplice forma divenne una delle più alte e profonde forme di comunicazione sempre ripetuta e diffusa nei secoli. Uno di questi proverbi conservato nel Kanun albanese, dice: “Ognuno pesa nella sua bilancia quattrocento onze”. Cosa vuol dire questo strano proverbio e cosa sono quelle quattrocento onze che si contano a peso? Raramente si trova in tutta la letteratura mondiale qualche espressione così pregnante come questa e qualche altra ad essa simile. La frase esprime sinteticamente il fatto che tutti gli uomini si sentono uguali tra loro, e ognuno crede di valere il massimo come persona, col riconoscimento della necessità di una perfetta democrazia che in realtà è la più importante forma di organizzazione politica tuttora vivente da millenni, a differenza di tutte le altre. Le sue origini, forse non del tutto esattamente, si attribuiscono alle città greche di alcuni secoli a.C. Esse sono anche il ricordo della grande opera realizzata dall’imperatore di Costantinopoli Eraclio, sei secoli dopo Cristo, anche col determinante aiuto della Chiesa Bizantina di quell’Impero.

Essi insieme riuscirono a realizzare l’unica veramente grande impresa del genere che l’umanità sia riuscita a fare in grande in tutto il corso della sua storia, determinando per conseguenza la stessa vita della relativa umanità. Essa invece di fare guerre, omicidi e furti e delitti di ogni tipo, in un periodo in cui si vedeva che la grandiosa opera dell’antico Impero Romano di cui i Bizantini per metà erano eredi, era praticamente fallita, vide che le grandi famiglie romane ancora superstiti non riuscirono più a reggere le straordinarie ricchezze accumulate. Esse allora quasi non riuscirono più ad avere significato. Tra l’imperatore Eraclio e la Chiesa Bizantina si decise allora di porre un limite, in realtà abbastanza ampio, alla infinita voglia di acquistare ricchezze di ogni tipo e si stabilì che allora esso si poteva fissare in quattrocento onze che in realtà erano, in oro, comunque una grande cifra, piuttosto variabile nel tempo, equivalente più o meno a circa un milione di euro di adesso. Il sacrificio richiesto ai ricchissimi di allora nei tempi seguenti fu comunque molto grande, dato che ognuna delle circa dodici famiglie romane di allora, ancora possedevano terreni più grandi di un intero Stato dei nostri tempi, ed esse ormai non riuscivano più né ad utilizzarle, né a controllarle né a difenderle nelle difficili condizioni dell’Impero Bizantino del VI secolo d. C., quando già la parte occidentale di esso era ormai crollata. E si decise che chi potesse riuscirci non dovesse accumulare ricchezze più di quelle quattrocento onze indicate come massima cifra. In compenso si stabilì che ogni famiglia potesse e dovesse amministrare e custodire quanto poteva bastare per le sue necessità. E la frase che stabiliva questa norma, come limite minimo che potesse essere assegnato ad ogni famiglia, era quello che bastava ad essa per vivere, lavorandola col suo impegno. Quella frase o proverbio stabilisce che: “Ogni casa che fa fumo deve avere il suo pezzo di terra”.

La casa che fa fumo è quella abitata da ogni famiglia secondo la sua grandezza. In altri termini doveva corrispondere almeno al necessario per vivere col suo lavoro, ogni famiglia, secondo le circostanze di quei tempi. Lo Stato si limitava a richiedere solo una piccola tassa per le necessità amministrative e un servizio militare da dare secondo le necessità. Sorse così la famosa figura degli Stratioti che erano militari, pastori e contadini, abitanti nei numerosissimi casali sparsi nelle campagne. Essi per secoli costituirono la base dell’Impero, la sua solidità e la sua principale potenza, impegnata solo in guerre difensive.

In realtà non c’era gran che di nuovo in questa impresa saggia e grandiosa, della quale l’umanità non è mai riuscita a fare l’eguale nel suo insieme, eccetto il caso di singole persone anche numerose che riuscirono a realizzarne qualche parte a titolo personale, talvolta arrivando perfino ad impegnare tutti i loro averi.

Però c’era già stato il Grande Legislatore Universale con Suo Padre e lo Spirito Santo che aveva formulato la sua legge lasciandone la realizzazione alla libera volontà di ognuno. Egli l’aveva stabilito, non come proposta, ma come ordine, secondo il suo solito, sempre affidato alla libera volontà e all’intelligenza di ognuno. E fece il massimo possibile prendendo come esempio se stesso come garanzia della sua realizzazione con una ricompensa a scadenza definitiva del premio o della condanna da vivo. Egli disse: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere,….”, dicendo che quelli della destra andranno alla vita eterna e quelli della sinistra alla pena eterna, “dove ci sarà pianto e stridore di denti”. Sembra proprio che non ci sia niente da scherzare e da tergiversare.

Se è vero che quel congegno che utilizza la forza statica della leva è in grado di sostituire quasi gratuitamente tutte le attuali fonti di energia esistenti nel mondo, (che gli uomini hanno sempre avuto a loro disposizione senza sapersene accorgere, anche se qualcosa di simile, molti secoli prima l’aveva detto Archimede,) allora bisogna saperlo amministrare come gli uomini, piccoli o grandi possidenti di grandi proprietà o Stati o Continenti, non hanno mai saputo fare, anche se le cose in realtà chiedevano qualche sforzo per essere realizzate. Ma ora non ci sarà necessità di sforzi impossibili. Non vorrei nemmeno pensare e credere che alcuni o pochi o molti vogliano o possano riuscire ad impossessarsene per conto proprio, lasciandone privi la maggior parte degli uomini. Del resto ci sono sempre stati coloro che hanno realizzato fatti simili scandalosamente. In altri tempi gli uomini avrebbero voluto impossessarsi di tutto a qualsiasi costo, “per diritto di conquista!” ma non era proprio possibile. La mania di possesso quasi al limite della pazzia, o senza di questa, ha voluto impossessarsi di tutte le terre del mondo, riuscendoci solo parzialmente e in casi specifici pure riuscendoci quasi del tutto, fino a ridurre gli altri uomini alla schiavitù o a morire di fame o di uccisioni sanguinose. E talvolta più o meno altrettanto succede a proposito dell’acqua, della casa, della malattia, della limitazione della libertà, dell’istruzione e di tutti gli stessi diritti naturali fino alla distruzione e alla morte di tanti. È possibile che si possa e si debba arrivare a tanto? Se è vero che ora Dio ha messo a disposizione dell’uomo la stessa forza di gravità della terra, liberandolo dalla servitù di tutte le fonti di energia del mondo affinchè egli possa utilizzare la sua energia personale a migliori scopi, cosa si dovrebbe o potrebbe fare? Sembra un’utopia che tutti gli uomini possano esprimere una sola fede, un solo pensiero e un solo sentimento per tutti e realizzare finalmente il regno di Dio sulla terra. Ma è detto chiaro nella Sacra Scrittura che Cristo verrà di nuovo su questa terra per ristabilire su di essa quel regno di Dio. Anche nel Padre Nostro è detto: “Venga il Tuo regno” e lo stesso concetto è espresso infinite volte nei Salmi, nel Nuovo Testamento e nell’Antico. Chi ha una fede sicura può dubitare di queste cose? Cristo dice che nessuno sa quando esse avverranno, ma non consegue che esse non possano davvero avverarsi. E chi vuole può facilmente radunare e leggersi tutti i Testi Sacri che ne parlano. Certo nessuno può dire quando esse si avvereranno. Né potrà esserci nessuno che tenti di preannunziarne il tempo. Non è impossibile però cercare di capire per quale via esse possano davvero avverarsi. Non ci sarà nessun congegno a cominciare a realizzare queste cose, ma la conoscenza della legge di Dio da parte di tutti è sicuro che sarà un buon inizio. Non si possono tentare cose troppo grandi per evitare il pericolo che chi vuol tentarle sia fuori di testa, ma qualche piccola cosa con la volontà di Dio si può quanto meno sognarla, se può fondarsi non dico sulla parola del Padre Eterno che porrebbe tutt’altri problemi. Ma c’è il parere di uno che non era l’ultimo chiodo della carrozza. Si tratta di Platone che non gradiva la “democrazia numerica” che, come si fa effettivamente e come diceva lui, sarebbe “il parere dei più”, e invece proponeva che si potesse arrivare a seguire “il parere migliore”. Ma qual è il migliore e come si fa a trovarlo? Però dove stiamo arrivando? La verità esiste o non esiste? Dato che la verità sicuramente esiste, prima o dopo si suppone che potrebbe arrivare il tempo nel quale tutta l’umanità volesse decidere di provvedere a tutte le improrogabili necessità di ogni singolo uomo che nasce sulla terra creando un “Partito del Necessario” ed indispensabile secondo i tempi, internazionale ed intercontinentale che sarebbe tra tutti il più urgente, con un obbligo come quello del Giudizio Universale garantito da Cristo in persona, che parlò a nome proprio e disse: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo ecc.”

Sarà un’adeguata istruzione dell’umanità a portare verso la ragionevole soluzione di tutti i problemi come Dio promette, o verso di essa deve portare l’amore e la buona volontà o tutte queste cose insieme come egli ha sempre richiesto? Per provvedere ai bisogni di tutti come riuscì a fare Eraclio e la sua Chiesa di quel tempo, solo nei limiti delle loro possibilità, che quella volta non erano poche, bisogna per forza pensare che non sia possibile riuscirci?

 

 

-10- Psicologie delle Dottrine e degli Avvenimenti - Premessa, cap I, II e III In evidenza

PREMESSA

 

La meraviglia

Sapersi meravigliare. Di che cosa? Quando ero ragazzino avevo sentito dire che “bisogna sapersi meravigliare”. Ma io non mi meravigliavo di niente e non capivo nemmeno di che cosa ci si potesse meravigliare. Quella frasetta mi rimase per lunghi anni in mente come un problema per me incomprensibile che mi disturbava. Perciò ogni tanto mi cimentavo con essa, dato che era stata presentata come un dovere essenziale o almeno importante per l’uomo. Si usa pure dire che la curiosità, non dei pettegolezzi, ma dello sviluppo della mente umana riguardo a qualsiasi tipo di ricerche, è la madre delle scienze. Con essa, osservando, si prende contatto con tutto ciò che ci interessa, sia all’esterno che all’interno di noi stessi. E quest’ultima capacità, che è esclusiva dell’uomo, lo mette perfino davanti a sè come un oggetto della sua riflessione.

La meraviglia scatta non quando l’uomo osserva, ricerca e indaga, ma quando comincia a capire almeno qualcosa, fin dove può arrivare, dal filo d’erba fino al cervello umano e si accorge che molte cose sono difficili da capire o sono addirittura incomprensibili. 

 

Il pensiero

        Perciò un antico celebre uomo, circa 2400 anni fa, vide che l’essenziale ed esclusiva capacità dell’uomo che lo caratterizza in confronto con tutto il mondo minerale, vegetale o animale, non è soltanto il pensiero che forse potrebbe pure essere inconscio, e disse che è “il pensiero del pensiero”, il pensiero che pensa se stesso. In altri termini è il pensiero cosciente di se stesso e di tutto ciò che lo circonda. E dove può arrivare la mente umana? Chiunque crede di poter dare una risposta a questa domanda, ma la cosa non è tanto semplice, anche perché le forme del pensiero sono molteplici e si indicano con vari nomi, secondo la gradazione della sua consistenza. Esso perciò si può chiamare sogno, illusione, fantasia, ipotesi, dubbio, falsità, inganno, errore e tante altre cose simili, ma anche verità, ragione, conoscenza, ricordo, coscienza, che prende anche la forma di certezza, progetto, decisione in tutte le quasi infinite manifestazioni in cui si è presentato nel corso della storia umana; e così si presenta e si presenterà finchè dura l’umanità. Essa può regolarsi grazie a questa sua essenziale capacità di pensare con la quale ha perfetta coscienza che essa può comprendere il suo oggetto nelle varie forme e realtà in cui si presenta. E perciò si dice che, nelle debite condizioni, essa “non erra”, altrimenti non avrebbe pensiero e non potrebbe guidare l’esistenza umana e, se non la guida, essa sarebbe uguale a quella vegetale o animale. Difatti si dice pure che l’uomo è un “animale”, ma non uno qualsiasi, ma quell’unico che è “razionale”. E dove può portarlo il suo pensiero? Perché due sono le strade possibili.

 

Sentimento ed emozioni

       Invano si può anteporre alla razionalità il sentimento o l’emozione pur con tutta la loro eccellenza, perché se essi non sono guidati dal pensiero e dalla ragione facilmente finiscono con l’essere soltanto un inganno. Senza quella razionalità il sentimento sicuramente rimarrebbe soltanto come quello degli animali che pure hanno loro interessi, sentimenti e passioni. E l’animale sa meravigliarsi? L’uomo può ammirare e studiare tutto l’universo sia materiale che spirituale, con grande gioia e meraviglia, e può trovarlo pieno di misteri; ma l’animale non si accorge nemmeno di ciò che di misterioso è dentro se stesso. E così l’uomo se non usa per bene il suo pensiero, finisce per identificarsi con l’animale, e annulla pure la sua coscienza, buona o perversa.

 

Teoria e pratica

         Le cose che stiamo dicendo non hanno la pretesa di essere nuove. Esse vengono segnalate soltanto come base indispensabile su cui necessariamente fondare ogni ulteriore riflessione sia teorica che operativa. E questa si che almeno per certi aspetti, potrebbe essere nuova e richiede impegno e fatica. Eppure o non se ne parla affatto o non capita facilmente di sentir dire che il comportamento ed il pensiero umano, frutto di quella riflessione, siano proprio sempre coscienti, pur potendo esserlo. E questa è la meraviglia delle meraviglie.

    Facciamo qualche esempio. Il bambino che sta dentro il seno materno ha almeno una sua abitudine alla posizione a testa in giù nella quale si trova. Appena nasce comincia a rendersi conto che essa è cambiata perché i suoi genitori o i loro aiutanti l’hanno messo in posizione orizzontale, e cerca di riprendere quella a cui si è abituato, sicuramente senza riuscirci, finchè si rende conto che come ora l’hanno messo sta ugualmente bene. Di questo complesso di circostanze alcuni conservano un inconscio ma nitido ricordo, fino a quando diventati più o meno adulti, capiscono il significato di esso. Già qualche minuto dopo la sua nascita, il bambino come tutti i mammiferi ed anche gli uccelli e certo qualunque essere che mangi, appena nato, cerca di mettere qualcosa in bocca e quando lo trova, o il capezzolo della mamma o anche il biberon del suo latte o il suo stesso ditino, subito comincia a succhiare o apre la bocca. Dopo un po’ nota le cose o le persone che gli stanno attorno ed anche il tono delle loro voci o il vario movimento delle loro braccia, poi scopre le sue proprie mani e i suoi piedini e poi comincia per lui stesso o per chiunque nasce, uomo o animale, la lunga serie delle scoperte di cui talvolta continua a conservare un inconscio ricordo, ma più spesso non se ne ricorda affatto, perché abitualmente i ricordi del bambino non cominciano prima dei suoi tre o quattro anni o forse anche cinque. Ci vogliono vari anni prima che egli pur disponendo di una normale intelligenza come quella di ogni altro uomo, cominci a prendere chiara coscienza delle cose che vede, tocca e incontra, magari con sua grande curiosità, ma di nessuna di esse si meraviglia, perché le considera in genere cose comuni e naturali senza porsi nessun perché. E questa fase può durare a lungo per pochi o molti uomini o per secoli, e talvolta anche per tutta la vita di gran numero di uomini, fino a quando qualcuno comincia a porsi qualche perché o empirico o mitologico o leggendario o anche riflesso. Chi per primo comincia a porsi o esprimere qualcuno dei possibili perché, facilmente viene per sempre ricordato e spesso considerato un grande uomo anche se dice sciocchezze o semplici intuizioni, che poi altri magari a distanza di secoli cercano di precisare o di correggere. Così si può anche arrivare ai grandi perché. Ma non è facile che dei relativi problemi si arrivi a darsi delle attendibili soluzioni. E le cose che possono attirare la curiosità sono praticamente infinite. Figurarsi così se può mai esaurirsi la curiosità o se può guardarsi ogni cosa con cosciente meraviglia sia che possa darsi o non darsi una qualche valida risposta. In fondo ognuno potrebbe sempre chiedersi: come è fatta questa o quella cosa? E questa stessa domanda corrisponde al patrimonio mentale di ognuno, formatosi sulla base della constatazione che ogni cosa, anche se sembra che si faccia da sola come la foglia dell’albero o il bambino dentro il seno materno, non può tuttavia farsi da se stesso, se di quel se stesso non ha nemmeno coscienza.

-9- L'IMPERATRICE TEOFANO E LE VALUTAZIONI MORALI

Premessa

 L’ UMORISMO E LA MORALE

Il bambino che dorme tranquillo tra le braccia della mamma, appena si sveglia sorride felice, e se tutto gli va bene, come sognano per lui i suoi genitori, egli cresce sereno e contento. Per i suoi primi anni egli sta sempre di buonumore convinto della bontà di tutti coloro che lo avvicinano, e così va crescendo, fino a quando comincia a frequentare gli amichetti. Ma allora si manifesta la necessità di precisare la parola umorismo il cui significato si distingue tra quello del buonumore o quello di attriti. Alcune forme di umore non sempre possono chiamarsi buone. E qui cominciano ad entrare in ballo il carattere, l’educazione, la felicità o la tristezza e perfino il pericolo di potere incontrare cose spiacevoli che ovviamente derivano da situazioni non buone. E si può arrivare a comitive di giovani felici e sorridenti impegnati nello studio o nel lavoro o in azioni apprezzabili che lasciano nel fondo dell’animo una forma di grande felicità.

Ma non sempre può essere così, e si comincia a pensare a motivi che possono anche turbare la pace, non senza che talvolta necessariamente si produca una qualche contentezza amara fino alle risate sgangherate e al proverbio che dice: “ride bene chi ride ultimo”.

Purtroppo ora, dopo aver raccontato tante cose belle e gradevoli è pure capitato di incontrare degli argomenti per niente gradevoli che pure bisogna raccontare perché sono esistititi e sempre di simili o anche peggiori ne continuano ad esistere. Ma un certo equilibrio prima o dopo sempre arriva a ricostituirsi. La letteratura russa, nei suoi più illustri modi, parla di guerra e pace, di delitto e castigo ed altri simili argomenti. Essa attualmente è la più potente erede culturale del mondo bizantino e del suo tipo di psicologia e mentalità. Per secoli è riuscita a non farsi travolgere da tutte le strane dottrine inventate dall’Europa nord-occidentale, che sempre si è autoproclamata colta e civile e forte in guerra, fino a riuscire a farsi apprezzare dalle altre parti del mondo meno colte di essa. Ma quando gli Stati che la compongono tentarono a più riprese per secoli di penetrare nell’Europa orientale, in ultimo usando anche la rivoluzione e la violenza, in pochi decenni la civiltà orientale capì che il dono gratuito che aveva ricevuto era avvelenato e in pochi decenni se ne liberò. Anche l’Europa sud-occidentale resistette abbastanza bene a simili tentativi e riuscì in poco tempo a ripresentare il suo tipo di cultura e di religione che mostrò che quello del nord Europa crollò come un castello di carta, e la maggior parte del mondo cominciò a proclamarsi centrista escludendo quasi tutte le millenarie monarchie e le due opposte dittature. Certo questa opera non è ancora completa e rimane da sviluppare correttamente la base morale e culturale di tutti questi movimenti che ne sostenga la durata. Ma circa sessanta anni fa cominciò in occidente un altro modo di presentarsi che va avanzando rapidamente e garbatamente e si spera che arrivi per bene ad allargarsi e consolidarsi secondo la sua ispirazione di fondo che concorda con quella dell’Europa nordorientale.                    

               

LA FIGLIA DELL’OSTE DIVENTA IMPERATRICE

La giovane Teofano nel 957 d. C. contrasse matrimonio con l’imperatore di Costantinopoli Romano II, che non credo che fosse una figura molto significativa. Infatti sposando Teofano aveva visto grande bellezza e vivacità e molta furberia, ma non riuscì a capire se avesse nel suo animo altri valori più significativi. Del resto Romano II dopo sei anni nel 963 d. C. morì in giovane età e lasciò oltre alla moglie vedova anche due piccoli figli orfani. La scaltra Teofano che rimase improvvisamente la principale responsabile dell’Impero e del futuro dei suoi due orfanelli se la cavò benissimo perché sposò un generale di gran valore di nome Niceforo Foca, che però nemmeno lui si accorse delle caratteristiche del tipo che stava sposando. Egli era un militare severo, ascetico, grande combattente, ma non fu apprezzato da Teofano, l’imperatrice che sposandolo l’aveva fatto nominare imperatore. Le frequenti guerre che dovette combattere lo tenevano lontano da Costantinopoli e Teofano ne approfittò per trovarsi un amante, anch’egli generale, Giovanni Zimisce, nipote di Niceforo, più giovane di lui e pure ricchissimo. Niceforo lo stesso giorno del suo ritorno a Costantinopoli, dopo una lunga guerra vittoriosa, fu informato della tresca della moglie e stava pensando come risolvere il caso. Ma Teofano lo prevenne forse anche con la complicità dello Zimisce, e la stessa notte del suo arrivo a Costantinopoli lo fece uccidere a tradimento. Questo delitto determinò anche la fine di Teofano. Ci fu subito la reazione del popolo e del patriarca di Costantinopoli, Poliuto; fu sospettato lo stesso Zimisce, fu subito deciso di mandare la Teofano in esilio e il figlio di questa, poi Basilio II, pure lui diventato grande imperatore, dovette sopportare tutto il peso che la madre gli aveva procurato, e approvò l’invio in esilio di essa. Lo Zimisce fece grande penitenza, distribuì tutti i suoi averi ai poveri e fece costruire tanti monasteri. Ma poco dopo la sua elezione ad imperatore morì in giovane età e il figlio di Teofano, Basilio II, fu eletto imperatore e lasciò in esilio sua madre fino alla sua vecchiaia. Egli, oltre che grande guerriero, vide che la fondamentale riforma agraria di Eraclio che aveva assicurato quattro secoli di splendore all’impero, cominciava ad incontrare delle difficoltà, ma egli la sostenne energicamente dandogli nuovo lustro anche grazie ai suoi successi militari. Così si pose rimedio al disastro che aveva creato la sua stessa madre.

Non sempre capita che qualche inizio di decadenza di un impero possa superarsi sulla base dei valori morali che ancora esistevano nella Costantinopoli di quel periodo, dei quali da secoli rimane il ricordo.

-8- LA TEOLOGIA E LE TEOLOGIE - LA FILOSOFIA E LE FILOSOFIE

PREMESSA ALLO SVILUPPO DEI GRUPPI DI

 CULTURA CRISTIANA“SAN GREGORIO NISSENO”

 

Dalla preistoria sono stati tramandati dei racconti, certo oralmente, che col passare dei secoli e dei millenni si sono andati deformando, fino a perdere in gran parte o in tutto, la loro originaria fisionomia. Ma, insomma, quando comparvero i primi uomini? e cosa pensavano? È possibile che i racconti preistorici o miti o leggende differiscano tanto gli uni dagli altri? L’uomo ha delle qualità uniche tra tutti gli esseri viventi. Certo questa varietà di racconti indica delle deformazioni, perché un’unica intelligenza avrebbe dovuto favorire un unico pensiero. Invece tutti i pensieri dell’umanità sono tanto numerosi e vari che arrivano perfino a confondersi reciprocamente. Si deve quindi pensare che la meravigliosa ed unica intelligenza umana non ha un funzionamento univoco ed è del tutto arbitraria? Le differenziazioni dei racconti riguardano anche i pensieri dei vari autori e degli studiosi di questi argomenti. Però a pensarci bene, in fondo si trova sempre qualche pensiero o racconto che si accorda bene con  altri dello stesso genere e quindi si può anche capire da dove siano cominciate o possano cominciare le magagne. In primo luogo si nota che i pensieri ed i comportamenti più validi possono percorrere i secoli ed i millenni, o sempre uguali o quasi, mentre le dottrine errabonde prima o dopo scompaiono, sostituite da altre ugualmente effimere.

Ultimamente, cioè nell’arco di circa un secolo, con fatiche enormi, è stata individuata un’idea primordiale .

Il merito di essa appartiene all’antropologo Guglielmo Smith, per conseguenza ormai noto più o meno in tutto il mondo. Egli volle cercare proprio di scoprire cosa pensassero i primi uomini o almeno i più antichi dei quali si è conservata qualche traccia. Qui presentiamo solo una sintesi veloce di questa impresa enorme, che ha impegnato decine di studiosi, ma chi vuole può trovare tanto materiale documentario o monumentario anche accuratamente e molto scientificamente elaborato, fino al punto che essa è stata detta la più grande scoperta del passato millennio, fondata sicuramente su molte conoscenze e riflessioni. L’essenza di questa scoperta consiste nell’aver dimostrato che i più antichi popoli della terra come i Fueghini, i Pigmei, gli antichi abitanti delle Canarie ecc., non molto toccati dalle così dette grandi civiltà antiche o moderne, avevano un’idea di Dio come di un “Padre” a differenza di tutta la baldoria fatta con tutte le più strane qualità antiche e moderne attribuite alla divinità, in tutti i più sfrenati politeismi. Altre capacità che si attribuiscono a Dio sono quelle di “creatore”, di “padrone della vita”, “punto di riferimento del bene e del male” e tante altre, poche nei principi ma quasi infinite nei relativi approfondimenti. La cosa più grave è che della divinità si hanno e si sono avute, nel corso dei millenni varie idee tra di esse anche molto differenti, che hanno costituito altrettante “divinità” e per conseguenza anche “religioni”. Lo stesso si cerca di fare con la “filosofia” e le “filosofie” e relative concezioni.

Se il Dio Padre di tutta l’umanità è uno solo, come anche creatore infinito, onnisciente, onnipotente, misericordioso ecc., si deve escludere la pluralità degli dei e delle religioni e quindi anche delle teologie. Ma la fantasia umana si è sbizzarrita non a cercare di conoscere il “Dio vero e unico”, ma a creare una infinità di divinità a propria immagine e somiglianza con tutte le virtù e le malvagità che i politeisti si sono affaticati ad ammucchiare, tanto la religiosità umana, che è un fatto naturale, rimane facilmente in balia delle sfrenate fantasie. Ci sono perfino dei termini che indicano la differenza tra una religione unica per tutti e quel tipo di religiosità elaborata da coloro che l’hanno immaginata e realizzata a loro piacimento.

La religione unitaria è chiamata teismo dal greco Theòs perché i Greci antichi e medievali dopo gli Ebrei sono stati quelli che l’hanno maggiormente approfondita. Essa indica soltanto la religione rivelata dal vero e unico Dio a singole persone, come Adamo ed Eva, Noè e il figlio Sem, Abramo e suo figlio Isacco e il nipote Giacobbe, tutti discendenti di Sem e perciò detti semiti, e quindi al popolo ebreo da cui attraverso Cristo deriva il cristianesimo, e in qualche vago modo anche l’islamismo. Eppure queste tre religioni pur professando la fede in un Dio unico personale e infinito, e varie dottrine comuni, hanno tra loro anche profonde differenze.

Nell’ambito religioso esiste un’altra diramazione, tra numerose altre, che si chiama deismo. Essa non è rivelata da Dio ma è derivata da vari ricordi e dal vago sentimento che debba esistere uno o molti esseri superiori, supposti o immaginati, o anche uno solo pensato o intuito, Questa diramazione sempre proviene dalla mente umana che non esclude anche politeismi o norme evidenti necessarie o convenienti che pure talvolta presentano qualche vaga intuizione di originaria esistenza variamente immaginata e di debole capacità ordinante. Il deismo come spesso avviene, in tante varie nuove culture europee o di altri continenti, in qualche nuova religione, a differenza del rivelato teismo, anche se abbondantemente e variamente approfondito e conosciuto, non è sempre comunque praticato, e non si tramanda essenzialmente soltanto lo stesso. La sua parentela logica col teismo è sempre una derivazione della mente umana, però talvolta rivolta al bene innato. Ne può anche derivare il male di origine demoniaca quindi non innato ma malamente artificiale. Tutte le religioni teistiche o deistiche rivolte al bene, hanno qualcosa di comune e quindi una qualche tendenza o capacità di parzialmente incontrarsi e confrontare le loro posizioni.

Non è interessante che ognuno studi qualche altra religione oltre alla sua o le studi tutte. Gli uomini in genere sono abituati a criticare quelle altrui. Ognuno però potrebbe studiare bene la propria e quindi spassionatamente e oggettivamente e rispettosamente confrontarla con le altre. In questo caso potrebbero farsi infinite considerazioni e scoperte e valutare bene la necessità dell’esistenza di un solo Dio e l’impossibilità di attribuire a lui cose che non gli convengono.

Lo stesso potrebbe farsi con tutte le forme di pensiero che oltre che di Dio si occupano dell’uomo e del mondo e tutte sommariamente sono dette filosofie. Ma come per le religioni dove in conclusione si potrebbe arrivare ad una sola religione come c’è un solo Dio, una sola fede ecc., allo stesso modo potrebbe farsi con le infinite filosofie continuamente elaborate e quanto meno provare se, come c’è una sola umanità, potrebbe anche aversi un solo pensiero e un solo sentimento.

Ma tutte le filosofie, eccetto una, anche se sembra che possano conquistare l’intero mondo, hanno breve durata, e presto scompaiono, o senza lasciare traccia, o con qualche vago ricordo faticosamente scavato dagli storici. Lo stesso succede anche con le varie sette religiose che si propongono di durare eternamente. Però anche alcune religioni o filosofie, in verità molto poche, durano a lungo. Ma esiste pure il male che nacque fin dalle origini dell’umanità con Adamo ed Eva e loro discendenti. Dio stesso si pentì di averli creati e li distrusse col diluvio salvando il solo Noè e la sua famiglia.

Di tutte queste cose rimangono vaghi ricordi o anche qualche discutibile traccia. Ma la vera religione o la vera teologia e filosofia che non possono essere che uniche, lasciano ricordi mai tramontati e resistono saldamente. Questa resistenza sostenuta da coloro che l’accettano ha pure bisogno di essere continuamente affermata di fronte a quelli che continuamente e variamente la contrastano.

Diamo qui alcune notizie considerate attendibili fin dai tempi più lontani, delle quali si è cominciato a parlarne e ricercarne le tracce. La più antica religione ha lasciato ricordi nei miti di tutti i popoli, ed essi abitualmente sono conservati nelle relative mitologie o storie sacre a cominciare dalla Bibbia dell’Antico Testamento fino alla mitologia dei Greci e Romani antichi, degli Arabi, degli Induisti e dei Buddisti sia Indiani che Cinesi, pur con alcune incertezze. Ma i ricordi più correnti e documentabili risalgono a cominciare da circa quattro mila anni fa e sono universalmente conosciuti da Abramo in avanti. Essi in forma di racconti orali sintetizzano anche le storie o mitologie primordiali. Di Abramo, Isacco e Giacobbe, del popolo ebreo in Egitto, e del periodo dei Giudici se ne parla nella stessa Bibbia e qualche accenno si trova pure nella storia dei popoli loro vicini e contemporanei, fino a Davide, quando poi la storia di quella zona comincia a diventare più precisabile. C’è tuttavia qualche notizia impressionante riguardante qualche monoteista come Abramo. In particolare si parla di un personaggio cinese di poco posteriore ad Abramo geograficamente molto lontano dalla zona dove questi visse. Quel personaggio cinese ha lasciato degli accenni vicini al pensiero degli Ebrei di quei tempi e dei tempi seguenti. Abramo e il popolo da lui discendente parlano decisamente del monoteismo e del Dio onnipotente ecc., fino ai nostri giorni. Ma già da qualche secolo dopo Abramo in avanti si era  diffuso l’Induismo con accenni politeistici diffusosi enormemente finora in India e altrove. Il politeismo a cui l’antica letteratura ha dato grande risalto e diffusione cominciò a diventare la religione prevalente della maggior parte dei popoli di allora. Dopo circa quattro secoli dopo Abramo e il consolidamento dell’Induismo nasce Budda la cui religione si diffonde enormemente piuttosto in Cina e fino al Giappone. Ma quest’altra religione è ormai molto lontana dall’Ebraismo e fornita di un’amplissima bibliografia  come anche l’Induismo, con qualche  diramazione, come lo Scinranismo del Giappone che ha aspetti simili al Protestantesimo europeo sorto dopo di esso.Circa sei secoli dopo Cristo nasce Maometto che fonda l’Islamismo. La Bibbia dice che l’antenato dei popoli arabi, Ismaele, era figlio della schiava egiziana di Abramo di nome Agar. Non è molto noto se tra i popoli arabi questa notizia risalente a più di mille e cinquecento anni prima di Maometto, fosse ancora vivente tra i popoli arabi o fosse stata recuperata da Maometto nell’ambito dei suoi rapporti con l’Ebraismo e col Cristianesimo prima della fondazione della sua religione.

Certo tanti aspetti del’Islamismo si avvicinano al Cristianesimo e anche all’Ebraismo, ma tanti altri se ne allontanano chiaramente fino al punto che lo stesso Islamismo è diventato una nuova religione risalente a Maometto e a nome suo diffusa da prima tra i popoli arabi e poi tra tanti altri.

-7- Tre Ricorrenze e Loro Sviluppi -B- Sintesi della Filosofia Classica

Salita alla Montagna delle Rose e Valori culturali connessi

Premessa

 L’ormai secolare tradizione ricorda che il primo giorno di agosto ricorre l’anniversario dell’arrivo a Palazzo Adriano di un gruppo dei militari seguiti dalle loro famiglie, mandati nel 1448 da Skanderbeg in Sicilia, in Calabria e in Puglia. Essi costituivano la sua retroguardia in occasione dell’assalto all’Albania del grandissimo esercito del sultano turco Murat II in quell’anno ed in altre frequenti occasioni simili. Poiché quei soldati con le loro famiglie erano persone di ispirazione religiosa, in quel giorno che segna l’inizio della quaresima della Madonna Assunta, essi, come ricorda la stessa tradizione, si prepararono un cibo penitenziale costituito da grano bollito (grurë). Poi le guerre difensive contro i Turchi, dopo la morte dello Skanderbeg, non poterono più sostenersi in Albania e quel che rimaneva del suo esercito dovette arretrare il suo fronte in Italia, seguito da grandi masse di profughi. Una parte di quell’esercito, circa il 1480, venne a congiungersi col corpo militare già stanziatosi in questo paese trent’anni prima. Tra questi nuovi arrivati si trovavano persone che conservavano i documenti degli accordi stipulati da Skanderbeg con la Santa Sede e col re di Napoli. Quei documenti riguardavano l’accoglienza nei loro Stati, degli Albanesi nel caso che andassero male le loro guerre contro i Turchi. Alcune di quelle persone portavano nomi e cognomi dei parenti dello Skanderbeg, dei suoi principali generali, di alcuni eroi celebri per imprese personali e della principale nobiltà d’Albania del periodo. Quei famosi nomi e cognomi dopo più di 500 anni qui si conservano tramandati da nonno a nipote e possono incontrarsi tutt’ora portati da persone che passeggiano con gli altri in piazza.

Venuta meno la speranza della resistenza in Albania, giunsero in questo paese altre ondate di profughi albanesi anche dalla Grecia, dalle loro città di Corone e Modone, e subentrò la nostalgia della patria lontana. Probabilmente tra questi profughi arrivati a Palazzo Adriano, come risulta da qualche dubbia tradizione orale e da sicuri indizi, fu composto quel canto diventato famoso ed adottato da tutti i Greco-Albanesi d’Italia, dal titolo “O e Bukura Moré”. Sorse così la consuetudine che nell’anniversario dell’arrivo in questo paese si usasse salire sulla più alta montagna dei dintorni per  celebrare la Messa e, rivolti ad oriente, salutare la lontana patria perduta con quel canto che dice: “Oh bella Morea, come ti ho lasciato e più non ti ho visto! Lì ho il signor padre, lì ho la signora madre, lì ho anche il mio fratello”. Si trattava quindi di una società molto distinta, che aveva realizzato una grande epopea sotto la guida dello Skanderbeg. Qui denominarono i dintorni con i nomi delle loro zone nell’antica patria, si costruirono il loro paese con le tipiche strutture urbanistiche dell’usanza bizantina, da essi rinnovata ed arricchita con nuovi capisaldi, si fecero riconoscere i loro “privilegia seu consuetudines” oppure “consuetudini et observantii” (privilegi, consuetudini ed osservanze). Il loro patrimonio principale, assieme a quello sociale della loro democrazia, poi presa ad esempio da alcuni statisti, fu quello religioso, costituito dal rito bizantino e quello culturale dell’antica civiltà greca di arte e di pensiero intramontabile. Essi perciò conservarono e difesero strenuamente quel rito ed insegnarono quella loro cultura non solo al loro popolo ma anche nei vari paesi che frequentavano e in tante università o istituti equivalenti d’Italia dove insegnavano il greco, a cominciare da Cortese Vranà (Branaius) che insegnò nello “Studio” di Napoli nel XVI secolo fino a Giuseppe Crispi, zio dello statista dello stesso cognome, che insegnò la stessa materia nell’università di Palermo nel secolo XIX. Con l’ultimo di essi, Nicolò Camarda, fratello del linguista Demetrio e zio dell’altro linguista, il vescovo Paolo Schirò, si chiuse questa secolare esperienza. Così nel XX secolo sopraggiunse un grande cambiamento. L’idea del risorgimento nazionale albanese fece rivolgere l’ attenzione verso il principale patrimonio di quel popolo di allora, costituito dalla sua antichissima lingua e da altre sue tradizioni. Si istituirono così varie cattedre di lingua e letteratura albanese e la cura del rito e del patrimonio culturale bizantino fu affidata ad altrettanti insegnamenti di istituzioni bizantine, ma non si sottolineò più il patrimonio culturale greco-classico. In fase iniziale le cattedre di bizantino e di albanese a Palermo abitualmente venivano collegate insieme. Questo fatto quindi non comportava l’abbandono dell’enorme patrimonio del rito religioso e delle tradizioni culturali legate al mondo greco e bizantino che essi portavano nel loro stesso nome essendo abitualmente chiamati o greci o greco-albanesi. Mentre localmente si andava sviluppando l’interesse linguistico e la cura delle specifiche tradizioni albanesi in genere collegate alla tradizione greca classica e bizantina, in seguito al consolidarsi del protestantesimo e alla rivoluzione francese si vide chiaramente che in Europa e nel mondo si era andato sviluppando un altro tipo di cultura proveniente dall’Europa del nord che però, proponendo la “deellennizzazione” della religione e dei valori dell’antica civiltà, riecheggiava contenuti legati alla sofistica e allo scetticismo. Diventava quindi urgente il suo confronto con l’antico mondo del cristianesimo e della civiltà classica. Il primo che tra i Greco-albanesi diede l’avvio a questo tipo di confronto fu Nicolò Chetta, morto nel 1803, originario di Contessa Entellina, erede culturale del Gran Parrino, Paolo Maria, di Palazzo Adriano. Il Chetta fu poi seguito da tanti altri come i due Crispi, il Dara etc. Questa linea culturale poi si andò sviluppando fino a Costantino Mortati, albanese di Calabria e alla formulazione dell’attuale Costituzione Italiana.

Ma anche la moderna cultura di origine nordica si andava potentemente sviluppando nella politica, nelle università e nei mezzi di comunicazione. I Greco-albanesi d’Italia fino alla metà del XX secolo, cercarono di tenere salde le loro antiche tradizioni religiose e culturali che andavano a salutare dall’alto dei monti, legate sia al mondo greco che a quello albanese. Ma alcuni di essi poi cominciarono ad aprirsi alla cultura nordica filologico-linguistica e formalistico-relativistica, spesso senza rendersi conto della gravità del pericolo che essa rappresenta. In tali circostanze alcune difficoltà ambientali in Sicilia determinarono la necessità di un intervento della Santa Sede anche di valore simbolico per tutti i Greco-Albanesi ed anche per altri popoli. Il papa Paolo VI nell’agosto del 1967 con una lettera della sua Segreteria di Stato, a firma del cardinale Cicognani, invitò l’allora vescovo della nuova Eparchia greco-albanese di Sicilia ad acconsentire affinché un sacerdote di essa si preparasse per andare a testimoniare la fede e la dottrina cattolica, (secondo l’antica tradizione, presente nella cultura greco-bizantina e in quella albanese), presso l’Università statale. Si constatò subito che la situazione era molto difficile. Però, essendo garantita la libertà di insegnamento, fu possibile sostenere in quella Università il tradizionale patrimonio della Chiesa e di quelle colonie greco-albanesi davanti ai colleghi e alle varie centinaia di alunni che seguivano quel corso. Anche a più vasto raggio, dove si poté arrivare, sulla linea di quel saluto rivolto all’antica patria d’oriente, furono pubblicati vari lavori. In quella Università fu pure preparata una dispensa che presenta una sintesi dei principali corsi di lezioni di quella materia tenuti in quella università, messa nel programma scolastico per alcuni decenni a partire dal 1980. Essa fu intitolata:  “Oriente d’Italia”. Assieme alla cultura classica e ad alcuni principi fondamentali della religione, essa  presenta anche un confronto con alcune delle culture moderne.

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-6- Tre Ricorrenze e Loro Sviluppi - A- Solidarietà e Famiglia- La Festa di San Martino a Palazzo Adriano

                             

Premessa generale

 

              L’immagine qui riprodotta, come la voce popolare e un antico documento conservato nell’Archivio della Matrice di Palazzo Adriano, ricordano che la Madonna, come si dice anche di altri luoghi, apparve in questo paese ad una bambina, indicando il posto dove voleva costruito il suo santuario.

Nel periodo che va dal secolo XV al XX, la Chiesa e l’Europa si sono trovate in gravi difficoltà, con la conquista dell’Impero Bizantino da parte dei Turchi, le guerre e gli sconvolgimenti successi nel periodo dello sviluppo del protestantesimo che non si dispiaceva delle conquiste turche, le rivoluzioni francese e russa, il nazismo ed il comunismo e tutte le strane dottrine che li hanno originati ed accompagnati.

Dopo questo periodo si attende che l’attuale civiltà, ora albeggiante nel mondo, cominci di nuovo a rivolgersi verso l’eredità dell’antico mondo ebraico-cristiano, classico e bizantino, che oltre alla Rivelazione, dal punto di vista umano ha anche portato dei contenuti di valore universale con quella Rivelazione concordanti.

Leone XIII dice: “Noi intendiamo parlare delle Chiese d’Oriente… ; di là come un immenso fiume sono discesi sull’occidente tutti i benefici che l’Evangelo ci ha donati. Non perirà mai la fama di questi illustri orientali che hanno spinto il soffio e l’assistenza della verità cattolica alle cime più alte e che hanno assicurato a mezzo della santità, della scienza e dello splendore delle loro azioni, la gloria del loro nome nella posterità”.

Egli è seguito su questa linea dagli altri papi fino a Giovanni Paolo II che dice: “La luce viene dall’Oriente, alcuni non sono d’accordo, ma io dico che è così”.

E Benedetto XVI, con la sua solita profondità, afferma: “L’avvicinamento tra la fede biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco è un dato di importanza decisiva non solo nella storia delle religioni ma anche nella storia universale”.

             Quell’apparizione della Madonna ad una piccola popolazione orientale in Sicilia all’inizio delle tempeste qui sopra ricordate, pur non confermata da ufficiali riconoscimenti, potrebbe aver anticipato, come le altre simili di cui si parla in Sicilia, le numerose apparizioni più recenti, intensificatesi al culmine di quei disastri e diventate famosissime. Esse sempre parlano di amore e di pace per porre rimedio alle disastrose condizioni del mondo attuale. Con i suoi recenti messaggi nelle apparizioni da Lourdes a Fatima e a tutte le altre che infinite masse di persone, più significative dei grandi eserciti in guerra, seguono con entusiasmo, la Madonna invita a formare una nuova società. Così hanno cercato di fare nel loro campo uomini come San Pio da Pietrelcina o Santa Teresa di Calcutta ed altri simili.

Dopo una lunga serie di discussioni teologiche tra opposti schieramenti dottrinali durate secoli e difficilmente coronate da successo, ora sembra che molti vogliano seguire questi messaggi e formare l’auspicata nuova società, secondo le linee da sempre proposte dalla Chiesa.

La principale conseguenza di questo complesso di cose in campo psicologico e politico è stata il ripristino del riconoscimento del valore della persona umana, senza confine di Stati e di popoli, e la conseguente affermazione della democrazia mediterranea a livello mondiale, che tende ad influire anche su quella liberale. Rimane da vedere ancora cosa succederà nel campo religioso e in quello culturale con quello religioso strettamente connesso come preambolo. Nostro impegno è di evidenziare, tra l’altro, il valore e la necessità della correttezza culturale come strada non facilmente trascurabile, verso la fede.

 La popolazione greco-albanese che nel XV secolo giunse in Italia e che tra gli altri fondò questo paese di Palazzo Adriano, portò con sé la sua fede e la sua antica civiltà gelosamente custodite fino ai nostri giorni. Il complesso delle sue tradizioni religiose, culturali e sociali, a Palazzo Adriano espresse in altrettante annuali ricorrenze, nel corso dei secoli ha avuto degli alti e bassi. Talvolta l’abitudinaria celebrazione ha fatto ridurre il livello di comprensione del loro profondo significato e della loro pubblica rilevanza. Ma ogni volta è capitato qualcuno che li ha rimessi in evidenza curandone anche una diffusione corrispondente alle possibilità del suo tempo. Così attraverso il loro clero e i loro Seminari e le Cattedre di Greco in tante parti d’Italia, e recentemente attraverso le Cattedre di Albanese e di Istituzioni Bizantine nelle Facoltà di varie Università, talvolta si è avuta l’intenzione di vivificare la fede e il rito bizantino e l’insieme delle tradizioni dei Greco-Albanesi d’Italia, del resto più volte presenti anche in altri campi.

-A-  La prima delle ricorrenze ricordate, di carattere sociale, è la festa di San Martino che si celebra l’11 novembre. In occasione della festa della famiglia che si celebra in quel giorno, si evidenzia pure l’eccezionale pratica della solidarietà che, come nei riguardi della famiglia si manifesta anche in tutte le circostanze della vita sociale.

-B-  La seconda ricorrenza riguarda il saluto rivolto ogni anno, il primo di agosto, all’antica patria, dall’alto della Montagna delle Rose. L’occasione permette di ricordare la sua civiltà e cultura che qui si conseva tenacemente e si cerca di tenere viva.

-C-   La terza ricorrenza detta localmente “dell’Entrata” che si celebra il martedì dopo Pentecoste, in onore della Madonna Odigitria, ricorda anche l’arrivo dei Greco-Albanesi in questo paese nel 1450 e i principali avvenimenti di quel tempo. Essa collega, secondo l’uso bizantino, le ricorrenze religiose con quelle civili di maggior rilievo, che sono così animate da un unico spirito tra clero e fedeli.

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-5- Società d'Oriente -La riforma agraria di Eraclio e la tradizione del cristianesimo - vol I, Parte I, cap. II, pag 77-89 In evidenza

PREMESSA

 

GLI UOMINI: TUTTI FIGLI DI UN UNICO PADRE

    È o non è un principio il seguente periodo? “Ogni uomo, che nasce in qualsiasi parte della terra, ha diritto di avere il necessario per la sua vita come colui che, oltre al necessario, disponga di altri beni materiali superflui. Riguardo a questi beni ha diritto di disporne chiunque, bambino o adulto, che manchi del necessario, perché la vita di qualsiasi uomo è più importante di quei beni superflui”.

Questo periodo modernizza quelli originali della stessa Bibbia e della tradizione del cristianesimo. Infatti: “In principio Dio creò il cielo e la terra”. Alla fine della sua settimana creativa di questo nostro mondo, al sesto giorno “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Li creò maschio e femmina, li benedisse e disse loro: prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo, assoggettatelo e dominate sopra tutti gli esseri: i pesci, gli uccelli, gli animali, ogni pianta che fa semi, ogni albero fruttifero che fa semi e questi vi serviranno per cibo” (e non certo per abusarne e per sprecarli).

Ma questa narrazione del principio della creazione di questo mondo ha bisogno di qualche chiarimento. Qual è il cielo e la terra che Dio creò in principio? Quella terra del principio, a differenza del cielo, non sembra tanto buona. Infatti era deserta e vuota e le tenebre coprivano il suo abisso. Ma Dio non crea cose non buone. Vi comparvero pure le acque e su di esse aleggiava lo Spirito di Dio. E queste quindi erano buone. Poi Dio creò la luce e vide che era buona, ma egli la separò dalle tenebre delle quali non disse che erano buone. Ad esse quindi assomigliava quel serpente che comparve ad Eva subito dopo la sua creazione. Così si pone un grosso problema. Da dove vengono la terra arida e vuota, le tenebre e il serpente? Essi cattivi dovettero diventarci da soli, avendone avuto la possibilità. Chi l’ha data loro? Essi hanno avuto una libertà che permetteva loro di scegliere tra il bene e il male, di ubbidire a Dio o di disubbidirgli. Ma tale disubbidienza non poteva avere una realtà oggettiva, essa era solo una deviazione morale. Quindi è prevista una delle due possibilità offerte dalla libertà, indispensabile affinchè l’uomo possa scegliere il bene in modo libero e meritorio, e possa stare con Dio, o altrimenti perderlo se sceglie il male.

 

IMPORTANZA DELL’UOMO

Dio creò l’uomo a sua immagine e lo rese padrone di tutte le cose che egli potesse raggiungere, ma si riservò solo un albero, quello del bene e del male, con grandi conseguenze se egli ed Eva l’avessero toccato. Ma appena essi lo toccarono Dio li cacciò dal paradiso terrestre e mise due angeli a guardia di un altro albero, quello della vita, affinchè essi non lo toccassero nemmeno. Quindi Dio di tutte le cose create si riservò solo la vita dell’uomo e la conoscenza del bene e del male, sulle quali egli solo possa decidere. Per tutto il resto Adamo ed Eva furono posti al vertice di tutto il creato di questo mondo al primo posto dopo Dio. L’immagine e la somiglianza con Dio rimane qualcosa che ha l’uomo solo e nessun altro essere creato e la sua qualità esclusiva su questa terra è il suo pensiero che l’ha reso simile a Dio ed è l’unica sua caratteristica che lo avvicina a Lui in somiglianza. Di quel pensiero pure è detto: «In principio era il Lògos, il Lògos era presso Dio e il Lògos era Dio».

Cioè: Dio fin dal principio, a voler parlare più chiaramente, senza immagini, come quelle della Bibbia, creò l’albero della vita che è la stessa vita degli uomini e l’albero del bene e del male che è la decisione su ciò che è bene e su ciò che è male, su cui decide solo Dio, come del resto egli ha chiaramente fatto sapere in tutti i suoi aspetti, e anche ne diede allo stesso uomo chiara coscienza. Ma cosa ha fatto l’uomo? Basta dare uno sguardo anche sommario alla storia dell’uomo di qualsiasi tipo e genere e condizione. Difatti è pure detto che in seguito al peccato di Adamo ed Eva quel peccato in tutte le sue forme è entrato nel mondo e tutti gli uomini siamo diventati e siamo peccatori.

 

GLI UOMINI E I LORO MEZZI DI SUSSISTENZA

Gli uomini sono tutti uguali tra di loro come i figli di un unico padre che nel caso specifico è il Padre Eterno. Ma c’è qualche divergenza nel concepire questa uguaglianza. Né per lungo tempo la storia umana ha dato sufficienti indicazioni per poterla confermare, specialmente riguardo al diritto di tutti di avere il loro necessario, costituito in primo luogo dai loro mezzi di sussistenza. E Dio ha pieno diritto di disporre di queste cose. Infatti dal roveto ardente rispose a Mosè:

(Esodo: 3-14,15) “Io Sono Colui che Sono. Poi soggiunse: Così dirai ai figli d’Israele: Io Sono mi ha mandato a voi. Iddio disse ancora a Mosè: Così dirai ai figli d’Israele: Il Signore Iddio dei padri vostri, Iddio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome eterno con il quale mi invocheranno l

e generazioni future” (IAHVÈ- in ebraico e tradotto in greco: O- ON). “Io Sono” significa che Egli è da se stesso, a differenza degli uomini che non sono da se stessi e davanti a Lui non sono gran che, anche se credono di essere chi sa che cosa.

Quel Nome esprime l’autorità di Dio.

 

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

Matteo 25, 31-46

Difatti “quando verrà il Figlio dell’uomo nella sua maestà con tutti gli Angeli suoi, si assiderà sul trono della sua gloria. E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che sono alla sua destra: Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro, assetato e ti demmo da bere? quando ti vedemmo pellegrino o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e siamo venuti a visitarti? e il re risponderà loro: in verità vi dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l’avete fatto a me. Infine dirà anche a quelli che saranno alla sua sinistra: “Andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste. Allora anche questi gli risponderanno: Signore quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o pellegrino, o nudo, o infermo, carcerato, e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà loro: In verità vi dico: ogni volta che non l’avete fatto ad uno di questi più piccoli, non l’avete fatto a me. E costoro andranno all’eterno supplizio, i giusti invece alla vita eterna”. 

 

SAN BASILIO IL GRANDE E LA GRANDE TRADIZIONE DEL CRISTIANESIMO SEGUITA DA MOLTI MA ANCHE SPESSO DISATTESA

San Basilio è uno dei massimi Padri della Chiesa Orientale, a suo tempo vescovo della Chiesa di Cesarea di Cappadocia, iniziatore degli ospedali dei quali costruì il primo a spese sue e talmente grande che sembrava una cittadina che fu chiamata “Basilìade”. Egli così interpreta il discorso del Giudizio Universale:

“Il pane che a voi sopravanza, è il pane dell’affamato;
la tunica appesa al vostro armadio, è la tunica di colui che è nudo;
le scarpe che voi non portate, sono le scarpe di chi è scalzo;
il denaro che tenete nascosto, è il denaro del povero;
le opere di carità che voi non compite, sono altrettante ingiustizie che voi commettete”.
 
 
PROVERBI POPOLARI
 
Anche i proverbi popolari dicono:
U picca m’abbasta e l’assai m’assuperchia  (il poco mi basta e il più mi avanza).
U superchiu rumpi u cuperchiu (ciò che soverchia rompe il coperchio).
I cosi assai su tutti grattacapi (le molte cose sono tutte grattacapi).
A farina du diavulu diventa cinniri (la farina del diavolo diventa cenere).

-4- Società D'Oriente - Tre pilastri portanti del rito greco-bizantino

Dispensa - Palermo 1980- V. Società D’Oriente, Vol. III, Pag. 288-318 pro manuscripto

PREMESSA

 

Nei Gruppi di Cultura Cristiana iniziati nella Parrocchia San Giovanni Bosco di Palermo nel 1967 che si andavano lentamente diffondendo in altre parrocchie, in un Istituto di suore ed in un Seminario e anche all’Università, qualche volta teneva le riunioni Padre Puglisi, ora beato, il cui fascino era notorio ed impressionante. Cominciava a tenerle anche qualche giovane che aveva partecipato ormai da vari anni al gruppo iniziale. Una volta a proposito di uno di questi che teneva queste riunioni si sentì dire: “Quando entrava lui sembrava che entrasse Gesù Cristo”. Ovviamente l’ammirazione non era rivolta a colui che lo presentava ma allo stesso Cristo che veniva presentato.

-3- Statuto ragionato provvisorio del Gruppo di Cultura Cristiana "San Gregorio Nisseno"

CENTRI DI GRANDE CULTURA

                        

                     La Badia di Grottaferrata e la Pontificia Università Gregoriana

 

Circa la metà del secolo scorso era ancora viva la fama del grandioso prestigio del Padre Sofronio Gassisi, monaco della celebre abazia di Grottaferrata, sia presso la Santa Sede che nell’ambiente universitario nazionale per i suoi importanti lavori nell’ambito della bizantinologia già politicamente sostenuta dal Crispi e nella direzione di una delle prime riviste di carattere ecumenico dal titolo “Roma e l’Oriente”, quasi organo ufficiale della Santa Sede.

Eppure come titolo di studio conseguito nelle pubbliche scuole statali aveva solo quello della quinta elementare.

Tra gli altri monaci famosi di quell’abazia c’era Padre Nilo Borgia, fondatore della Congregazione delle Suore Basiliane, figlie di Santa Macrina, padre Eugenio Laçiç di profonda formazione sia in campo letterario che scientifico anche autore di qualche brevetto ed alcuni altri monaci perfino di origini nobiliari. C’era anche una biblioteca di circa dieci mila volumi divisi in due grandi sezioni una dei libri moderni a stampa e un’altra di varie migliaia di antichi codici che venivano studiati da importanti studiosi che erano guardati dai seminaristi da lontano con meraviglia ed erano indicati secondo le loro attività, ma con essi non si poteva parlare.

Dall’inizio del secolo XX si erano andate diffondendo lentamente in Italia le scuole pubbliche di tutti i livelli, dalle elementari fino all’università. I titoli di studio da esse rilasciati, di valore nazionale erano mal visti dagli ambienti ecclesiastici a causa della loro mal sicura cultura. In campo ecclesiastico quindi la Chiesa continuava a tenere i suoi plurisecolari istituti di ogni ordine e grado talvolta eccellenti e di grande fama come la celeberrima Pontificia Università Gregoriana tenuta dai Gesuiti, la fama dei quali incuteva rispetto e quasi soggezione ovunque, come poteva risultare dall’esperienza di molti sia nelle scuole medie che all’Università. I titoli di studio rilasciati dagli istituti ecclesiastici non avevano valore legale presso lo Stato italiano, e quindi non erano aperti verso il mondo del lavoro pubblico di qualsiasi genere. Altrimenti chi avesse voluto partecipare ad esso doveva conseguire i titoli riconosciuti dallo Stato presentandosi da esterno ai relativi esami. Ma erano esposti a qualsiasi tipo di correnti culturali, politiche o morali. Ai candidati provenienti dalle scuole ecclesiastiche, considerate private, non sempre era facile ottenere i titoli delle scuole statali, però non era impossibile. In questo clima si era ancora continuato a tentare un qualche confronto tra le varie correnti culturali. Ma la confusione in genere poteva considerarsi rilevante come spesso continua ad essere tuttora.

 Intanto il sottoscritto andava completando alcuni suoi studi verso i suoi ventisei anni di età, e fu invitato, come suo assistente, dal Padre Giuseppe Valentini S. J., Professore di Lingua e Letteratura Albanese nell’Università degli Studi di Palermo e personalità di fama nazionale come direttore della rivista “Letture”, edita dal celebre centro di studi detto “San Fedele” a Milano dove venivano pure pubblicate altre prestigiose riviste.

Il Valentini propose al sottoscritto di partecipare al suo gigantesco programma di studi archivistici riguardante la storia dell’Albania e di tutti i popoli che con essa hanno avuto rapporti cioè buona parte dell’Europa, dell’Asia Minore, e dell’Africa, da qualche secolo prima di Skanderbeg, che ne costituiva il centro, fino ai tempi attuali. Gli studi ecclesiastici archivistici contemporaneamente andavano interferendo con quelli teologici, filosofici, storici, letterari, linguistici ecc. che andavano comparendo in tutti quei paesi ed anche in altri con essi in rapporto, e loro “Principi e Conseguenze”.

Però una cosa era incontrare tutti questi argomenti nei documenti di archivio e negli studi di vario genere con essi connessi ed altra cosa incontrarli nell’azione e nel pensiero nelle persone viventi. Le due cose, nel limite del possibile, mostravano il loro valore nel reciproco incontro diretto. Il primo campo di applicazione di questo tipo di programma cominciava a realizzarsi fin dagli studi universitari nei loro generi, e poi nella partecipazione ai loro gruppi e incontri e quasi subito dopo anche nella formazione piccola e timida di qualcuna di queste attività che quasi sempre ottenevano qualche successo.

Il caso più rilevante fu quello della fondazione del Gruppo di Cultura Cristiana “San Gregorio Nisseno” che teneva corsi pluriennali di filosofia e teologia nella parrocchia latina San Giovanni Bosco in Palermo dall’inizio del 1967. Il gruppo in pochi anni cominciò ad essere conosciuto nelle parrocchie vicine, in altre istituzioni religiose, all’Università ed in qualche istituto privato. Nel 1977, in seguito alla pubblicazione dello “Statuto Ragionato Provvisorio” di quel gruppo qui di seguito riportato, esso fu spedito in tutte le parrocchie della città di Palermo. Aveva già attirato l’attenzione di vari membri della curia arcivescovile. Infine interessò pure lo stesso cardinale Arcivescovo di Palermo S.E. Mons. Salvatore Pappalardo il quale chiese minuziose informazioni su di esso come è narrato in varie parti del secondo volume nell’opera dal titolo “Società d’Oriente” e quindi fece dire al sottoscritto dal suo vicario generale, Mons. Marcataio: “S. Em. vuole che quello che finora avete fatto voi ora lo facciamo noi stessi. A te rimane l’onore di essere stato il primo ad avere iniziato questo tipo di lavoro”. Voleva dargli pure un incarico nella sua archidiocesi, ma egli non si trovò in condizione di poterlo accettare. Ma due tentativi fatti dal cardinale in due differenti anni uno di seguito all’altro non riuscirono a far decollare una iniziativa come quella del gruppo San Gregorio Nisseno. Il Cardinale allora nel 1980 la portò nel suo arcivescovato partecipando di persona alle lezioni e incoraggiava quelli che ritenessero difficile una iniziativa del genere dicendo: “Essa è già una realtà vivente nella nostra archidiocesi”. Egli stesso si accorse che per portarla avanti ci volevano degli insegnanti adeguatamente preparati. Decise perciò di fondare una facoltà teologica allo scopo e andò a trovare il Papa ora San Giovanni Paolo II dandogli qualche copia dello statuto di quel gruppo allo scopo di ottenere il riconoscimento pontificio di tale Facoltà.

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