-10- Psicologie delle Dottrine e degli Avvenimenti - Premessa, cap I, II e III In evidenza

PREMESSA

 

La meraviglia

Sapersi meravigliare. Di che cosa? Quando ero ragazzino avevo sentito dire che “bisogna sapersi meravigliare”. Ma io non mi meravigliavo di niente e non capivo nemmeno di che cosa ci si potesse meravigliare. Quella frasetta mi rimase per lunghi anni in mente come un problema per me incomprensibile che mi disturbava. Perciò ogni tanto mi cimentavo con essa, dato che era stata presentata come un dovere essenziale o almeno importante per l’uomo. Si usa pure dire che la curiosità, non dei pettegolezzi, ma dello sviluppo della mente umana riguardo a qualsiasi tipo di ricerche, è la madre delle scienze. Con essa, osservando, si prende contatto con tutto ciò che ci interessa, sia all’esterno che all’interno di noi stessi. E quest’ultima capacità, che è esclusiva dell’uomo, lo mette perfino davanti a sè come un oggetto della sua riflessione.

La meraviglia scatta non quando l’uomo osserva, ricerca e indaga, ma quando comincia a capire almeno qualcosa, fin dove può arrivare, dal filo d’erba fino al cervello umano e si accorge che molte cose sono difficili da capire o sono addirittura incomprensibili. 

 

Il pensiero

        Perciò un antico celebre uomo, circa 2400 anni fa, vide che l’essenziale ed esclusiva capacità dell’uomo che lo caratterizza in confronto con tutto il mondo minerale, vegetale o animale, non è soltanto il pensiero che forse potrebbe pure essere inconscio, e disse che è “il pensiero del pensiero”, il pensiero che pensa se stesso. In altri termini è il pensiero cosciente di se stesso e di tutto ciò che lo circonda. E dove può arrivare la mente umana? Chiunque crede di poter dare una risposta a questa domanda, ma la cosa non è tanto semplice, anche perché le forme del pensiero sono molteplici e si indicano con vari nomi, secondo la gradazione della sua consistenza. Esso perciò si può chiamare sogno, illusione, fantasia, ipotesi, dubbio, falsità, inganno, errore e tante altre cose simili, ma anche verità, ragione, conoscenza, ricordo, coscienza, che prende anche la forma di certezza, progetto, decisione in tutte le quasi infinite manifestazioni in cui si è presentato nel corso della storia umana; e così si presenta e si presenterà finchè dura l’umanità. Essa può regolarsi grazie a questa sua essenziale capacità di pensare con la quale ha perfetta coscienza che essa può comprendere il suo oggetto nelle varie forme e realtà in cui si presenta. E perciò si dice che, nelle debite condizioni, essa “non erra”, altrimenti non avrebbe pensiero e non potrebbe guidare l’esistenza umana e, se non la guida, essa sarebbe uguale a quella vegetale o animale. Difatti si dice pure che l’uomo è un “animale”, ma non uno qualsiasi, ma quell’unico che è “razionale”. E dove può portarlo il suo pensiero? Perché due sono le strade possibili.

 

Sentimento ed emozioni

       Invano si può anteporre alla razionalità il sentimento o l’emozione pur con tutta la loro eccellenza, perché se essi non sono guidati dal pensiero e dalla ragione facilmente finiscono con l’essere soltanto un inganno. Senza quella razionalità il sentimento sicuramente rimarrebbe soltanto come quello degli animali che pure hanno loro interessi, sentimenti e passioni. E l’animale sa meravigliarsi? L’uomo può ammirare e studiare tutto l’universo sia materiale che spirituale, con grande gioia e meraviglia, e può trovarlo pieno di misteri; ma l’animale non si accorge nemmeno di ciò che di misterioso è dentro se stesso. E così l’uomo se non usa per bene il suo pensiero, finisce per identificarsi con l’animale, e annulla pure la sua coscienza, buona o perversa.

 

Teoria e pratica

         Le cose che stiamo dicendo non hanno la pretesa di essere nuove. Esse vengono segnalate soltanto come base indispensabile su cui necessariamente fondare ogni ulteriore riflessione sia teorica che operativa. E questa si che almeno per certi aspetti, potrebbe essere nuova e richiede impegno e fatica. Eppure o non se ne parla affatto o non capita facilmente di sentir dire che il comportamento ed il pensiero umano, frutto di quella riflessione, siano proprio sempre coscienti, pur potendo esserlo. E questa è la meraviglia delle meraviglie.

    Facciamo qualche esempio. Il bambino che sta dentro il seno materno ha almeno una sua abitudine alla posizione a testa in giù nella quale si trova. Appena nasce comincia a rendersi conto che essa è cambiata perché i suoi genitori o i loro aiutanti l’hanno messo in posizione orizzontale, e cerca di riprendere quella a cui si è abituato, sicuramente senza riuscirci, finchè si rende conto che come ora l’hanno messo sta ugualmente bene. Di questo complesso di circostanze alcuni conservano un inconscio ma nitido ricordo, fino a quando diventati più o meno adulti, capiscono il significato di esso. Già qualche minuto dopo la sua nascita, il bambino come tutti i mammiferi ed anche gli uccelli e certo qualunque essere che mangi, appena nato, cerca di mettere qualcosa in bocca e quando lo trova, o il capezzolo della mamma o anche il biberon del suo latte o il suo stesso ditino, subito comincia a succhiare o apre la bocca. Dopo un po’ nota le cose o le persone che gli stanno attorno ed anche il tono delle loro voci o il vario movimento delle loro braccia, poi scopre le sue proprie mani e i suoi piedini e poi comincia per lui stesso o per chiunque nasce, uomo o animale, la lunga serie delle scoperte di cui talvolta continua a conservare un inconscio ricordo, ma più spesso non se ne ricorda affatto, perché abitualmente i ricordi del bambino non cominciano prima dei suoi tre o quattro anni o forse anche cinque. Ci vogliono vari anni prima che egli pur disponendo di una normale intelligenza come quella di ogni altro uomo, cominci a prendere chiara coscienza delle cose che vede, tocca e incontra, magari con sua grande curiosità, ma di nessuna di esse si meraviglia, perché le considera in genere cose comuni e naturali senza porsi nessun perché. E questa fase può durare a lungo per pochi o molti uomini o per secoli, e talvolta anche per tutta la vita di gran numero di uomini, fino a quando qualcuno comincia a porsi qualche perché o empirico o mitologico o leggendario o anche riflesso. Chi per primo comincia a porsi o esprimere qualcuno dei possibili perché, facilmente viene per sempre ricordato e spesso considerato un grande uomo anche se dice sciocchezze o semplici intuizioni, che poi altri magari a distanza di secoli cercano di precisare o di correggere. Così si può anche arrivare ai grandi perché. Ma non è facile che dei relativi problemi si arrivi a darsi delle attendibili soluzioni. E le cose che possono attirare la curiosità sono praticamente infinite. Figurarsi così se può mai esaurirsi la curiosità o se può guardarsi ogni cosa con cosciente meraviglia sia che possa darsi o non darsi una qualche valida risposta. In fondo ognuno potrebbe sempre chiedersi: come è fatta questa o quella cosa? E questa stessa domanda corrisponde al patrimonio mentale di ognuno, formatosi sulla base della constatazione che ogni cosa, anche se sembra che si faccia da sola come la foglia dell’albero o il bambino dentro il seno materno, non può tuttavia farsi da se stesso, se di quel se stesso non ha nemmeno coscienza.

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