Maggio 2020

-6- "NON POSSO PROPRIO DIRE CHE QUELLO CHE TU SCRIVI NON SIA ESATTO"

Nel prossimo articolo che pubblicherò in questo sito dirò alcune cose circa la psicologia nelle materie umanistiche. Qui indico solo qualche rapporto tra la psicologia infantile e qualche cenno del suo valore riferibile anche al suo significato in campo meccanico. Riporto delle notizie delle quali non ho voluto parlare per alcune decine di anni perché ritenevo che sarebbero state difficilmente ammissibili. Ma poi mi sono deciso a parlarne perché può essere utile conoscere fin dove può arrivare la psicologia, da quella prenatale a quella dei primi giorni o mesi o anni dopo la nascita. Do notizie brevissime ma sono convinto che esse meriterebbero di essere trattate adeguatamente ai fini della formazione a cominciare da bambini.

Notoriamente si dice che i bambini non ricordano niente di tutti i fatti che loro sono capitati nei primi quattro o cinque anni della loro esistenza. Su questa notizia si fonda la diffusa conoscenza dell’orribile usanza di qualche popolo conquistatore per la formazione di un particolare corpo militare detto dei giannizzeri.

A me è capitato di conoscere qualcuno che ricordava qualcosa di fatti anteriori alla sua stessa nascita e dei primi giorni dopo di essa. Abitualmente si parla della conoscenza prenatale della voce materna che poi viene riconosciuta dal bambino subito dopo la sua nascita. Ma poi il racconto a cui accenniamo si estende anche a precise circostanze di colui che le narra e si ricorda con grande esattezza dei primi movimenti o dei primi due o tre giorni in cui è stato messo nella culla, nel modo come possono essere i ricordi di un bimbo di pochi giorni come il secondo o il terzo e poi per pochi seguenti mesi o anni in avanti, sempre in forma di ricordo quasi fotografico, di piccole scene slegate.

Di un bambino di otto mesi ho sentito raccontare che quando camminava col girello, essendo inciampato un paio di volte davanti a un ostacolo di tre centimetri davanti a un balcone trovò il modo come superarlo sollevando il girello in quel punto. Dello stesso bambino si racconta che sempre a otto mesi fu portato all’ospedale dalla mamma in seguito a una disidratazione. La prima notte che passarono all’ospedale la mamma la passò passeggiando e piangendo. Quando la mattina seguente il papà andò a vederlo, il bambino trovò il modo di narrargli a modo suo che la mamma aveva pianto molto.

Un bambino di due anni alla vista dei genitori e dei parenti e amici aveva imparato a salire e scendere due rampe del primo piano della loro casa in molti modi, o ginocchioni o sedendo su un gradino dopo l’altro o trattenendosi alla ringhiera o a passetti piuttosto spediti appoggiandosi alla parete o imparando a scivolare in modo da scendere le due rampe della scala in modo velocissimo.

Un bambino di sei anni, con altri bambini correva per le strade del suo paese quando ancora non c’erano macchine, inforcando tra le gambe un bastone di legno di circa un metro che fungeva da cavallino con un piccolo laccio legato ad una punta. Giocando con esso quando stava fermo, individuò senza rendersene conto, le principali leggi della leva cercando di farle capire ai suoi compagnetti. Egli riuscì a capire l’importanza di quel fatto quando cominciò a frequentare il liceo, ma da quei sei anni fino alla fine della scuola media egli aveva preso l’abitudine di cercare di capire il funzionamento di tutte le forme di movimento delle persone, con relativi bracci o piedi o la stessa spina dorsale o movimenti di animali o di singoli gesti utilizzati nell’uso di attrezzi che vedeva in giro o semplici macchinari che gli capitava di trovare, come un orologio non più funzionante o lo scoppio della benzina dentro il motore della macchina o gli aratri a vari punte dei trattori o quelli a una sola punta tirati dagli animali o quali movimenti fa il contadino per tirare a mani nude un palo di legno piuttosto lungo e grosso profondamente piantato nel terreno, e tante altre cose gli capitava di vedere. Il bambino di cui si parla dai suoi sei anni in avanti era il sottoscritto. Ho scritto queste cose per mostrare che dei bambini perfino in fase prenatale possono avere coscienza almeno della loro posizione nel seno materno, e appena nati o dopo, capirne il significato acquistando precise conoscenze. Dopo la scuola media, cominciai a frequentare il liceo classico e mi capitò il caso di avere un insegnante di fisica piuttosto geniale nelle cose che riguardano la sua materia, ma anche nelle materie letterarie. Era anche titolare di qualche brevetto. Egli era disponibile per fare, quando poteva, delle affascinanti conversazioni anche lunghe. Con lui trovai l’occasione favorevole per fargli vedere e spiegargli qualche mio congegno piccolo o meno che quel professore quasi sempre dimostrava per quale motivo non potesse funzionare.

Dopo il liceo, iscrittomi all’Università Gregoriana a Roma prima in filosofia e poi in teologia, presi contatto con un professore di arte mineraria dell’Università La Sapienza che era anche un mio cugino di secondo grado. Anche con lui colsi l’occasione di fargli vedere dei piccoli congegni che andavo architettando ed egli mi spiegava tanti problemi scientifici che si incontravano passeggiando a Roma. Mi rimase in mente una frase che una volta mi disse quando gli feci vedere un congegno che avevo portato con me: “se lo metti a terra funziona se non lo metti a terra non funziona”. Io rimasi zitto perché prima volevo riflettere meglio sul significato di quella frase che mi impegnò per qualche tempo. Con questo professore, di fama nazionale, autore di congegni industrialmente diffusi e riportati nei libri di testo della sua materia, capitava spesso di incontrarsi per fare qualche passeggiata insieme, parlando anche di argomenti non indifferenti.

Ritornato a Palermo dopo non molti anni fui nominato professore di Lingua e Letteratura Albanese all’Università di Palermo. Ma oltre ai molti argomenti che potevano trovarsi in una materia del genere ebbi il tempo di prendere contatto con un professore di Meccanica Applicata alle Macchine e di Macchine della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo. Si chiamava Francesco Costanzo, ora defunto, e godeva di grande stima presso i suoi alunni e nella città di Palermo per la sua chiarezza, abilità e disponibilità direi perfino esemplare. Anche a lui cominciai a parlare dei miei tentativi di costruire congegni. Dopo qualche anno di rapporti con lui costruii un congegno che era grande quanto la metà del mio studio di casa che però non dava i risultati previsti. Gliene parlai ed egli accettò prontamente di venire a casa mia. Visto il congegno, egli disse una sola parola: “Newton”. Il sottoscritto capì subito cosa voleva dire e non aggiunse altro. Ma con questo professore si andò stringendo una buona amicizia fondata anche su alcuni altri tipi di interessi comuni. Anche le mie problematiche di meccanica cominciarono ad interessarlo. Si arrivò così al congegno in questo sito pubblicato, a cui egli stesso volle dare un titolo differente da quello che avevo pensato io e lo chiamò: “Congegno per ottenere energia da fonte statica”, del quale ho poi presentato per la seconda volta la domanda di brevetto, in questo sito pubblicata col titolo: “Una variante della stadera”. Il Professore Costanzo ne era rimasto entusiasta. In poco tempo provvide a fare costruire in modo più regolare il modello che io avevo fatto costruire di mia iniziativa, presentandone anche una domanda di brevetto con relativo disegno fatto alla meno peggio. E su questa nuova forma del congegno in alcune nottate abbiamo fatto lunghi esperimenti mentre lui di giorno lo andava studiando con tale precisione e lungimiranza che risultò essere il più profondo studio a vasto raggio che sia stato fatto su questo congegno. A questo punto il professore Costanzo mi disse, e lasciò per iscritto, la frase qui posta come titolo: “Non posso proprio dire che quello che tu scrivi non sia esatto”. Egli stesso rimase alquanto perplesso sulle conseguenze che potrebbe portare questo congegno e sulla sua utilizzabilità in tanti campi che io un po’ alla volta cercherò, in questo sito, di presentare fedelmente anche a proposito di rivoluzioni industriali e sconvolgimenti sociali e politici che potrebbero prevedersi.

Ma appena si diffuse la notizia di questo congegno presso tutte le Facoltà Scientifiche dell’Università di Palermo ai cui docenti l’avevo presentato, cominciarono a diffondersi dubbi, incertezze, perplessità e timori, ma nessuna ferma e sicura obiezione contro di esso. Solo un professore molto autorevole sull’argomento specifico, dopo avermi chiesto cosa insegnavo, mi fece alcune domande un poco generiche sull’argomento, e quando gli risultò che io potevo sostenere una conversazione con lui sull’argomento, quasi come un piccolo esame, cominciò a controllare il congegno in ogni suo punto. La conversazione scorreva facilmente fino a quando si giunse ad un certo angolo del congegno che non era stato calcolato perché la sua soluzione si comprendeva ad intuito. Ma il professore mostrò di non gradire questa risposta e concluse che era necessario che il congegno venisse studiato più attentamente. Ma quella sua osservazione era alquanto non pertinente

In quei giorni mi arrivò da Roma una lettera interlocutoria dell’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. Io invece di rispondere mi recai personalmente a Roma a parlare col dirigente di quell’ufficio. Questi mi disse che la mia domanda di brevetto con relativo disegno non era stata scritta secondo le norme, però nella sua essenza andava bene. Riformulandola, egli avrebbe mandato il relativo brevetto. Ma io aspettai che il chiacchiericcio su quel congegno si andasse sedando. Intanto il Professore Costanzo, che mi aveva detto che non voleva fatto il suo nome, e che le cose che egli aveva detto potevo divulgarle a nome mio personale, accortosi che alcuni cominciarono a sospettare che lui fosse l’autore di quei giudizi, mi scrisse una lettera con alcuni complimenti sul congegno, dicendo tuttavia che conveniva approfondirne lo studio. Questo suo parere in breve si diffuse in tutte le Facoltà scientifiche dell’Università di Palermo. Io continuai ancora a mandare altre domande di brevetto all’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi di Roma, ormai meglio espresse nella forma, uguali al primo come contenuto, ma varie nella presentazione dei particolari. Quel direttore dell’Ufficio Brevetti, anche richiedendo talvolta qualche chiarimento, mi concesse senza alcun dubbio circa sei brevetti sulla forza statica ed altri su altri argomenti. Ma dopo qualche anno alcuni cominciarono a dire che i miei congegni, anche se forniti dei relativi brevetti non tenevano conto di alcune note leggi della fisica. Il Professore Costanzo le aveva segnalate e aveva anche scritto che esse “cadevano” oppure “se ne andavano a carte quarantotto”. Di queste cose ora continuo a scrivere io stesso perché è ovvia la dimensione e la logicità di questo congegno e di tutti gli altri già brevettati uguali nel contenuto ma differenti nella forma, come è stato riconosciuto ormai più volte ad alto livello. È stato anche affermato che essi possono essere di pubblica utilità.

Per questo motivo ora ne sto continuando a parlare con la convinzione che prima o dopo gli industriali cominceranno a costruire almeno il primo congegno sul quale sono stati fatti i maggiori studi, su larga scala, dati i vantaggi praticamente illimitabili che sicuramente ne possono conseguire e ne conseguiranno.

Leggi tutto...

-9- L'IMPERATRICE TEOFANO E LE VALUTAZIONI MORALI

Premessa

 L’ UMORISMO E LA MORALE

Il bambino che dorme tranquillo tra le braccia della mamma, appena si sveglia sorride felice, e se tutto gli va bene, come sognano per lui i suoi genitori, egli cresce sereno e contento. Per i suoi primi anni egli sta sempre di buonumore convinto della bontà di tutti coloro che lo avvicinano, e così va crescendo, fino a quando comincia a frequentare gli amichetti. Ma allora si manifesta la necessità di precisare la parola umorismo il cui significato si distingue tra quello del buonumore o quello di attriti. Alcune forme di umore non sempre possono chiamarsi buone. E qui cominciano ad entrare in ballo il carattere, l’educazione, la felicità o la tristezza e perfino il pericolo di potere incontrare cose spiacevoli che ovviamente derivano da situazioni non buone. E si può arrivare a comitive di giovani felici e sorridenti impegnati nello studio o nel lavoro o in azioni apprezzabili che lasciano nel fondo dell’animo una forma di grande felicità.

Ma non sempre può essere così, e si comincia a pensare a motivi che possono anche turbare la pace, non senza che talvolta necessariamente si produca una qualche contentezza amara fino alle risate sgangherate e al proverbio che dice: “ride bene chi ride ultimo”.

Purtroppo ora, dopo aver raccontato tante cose belle e gradevoli è pure capitato di incontrare degli argomenti per niente gradevoli che pure bisogna raccontare perché sono esistititi e sempre di simili o anche peggiori ne continuano ad esistere. Ma un certo equilibrio prima o dopo sempre arriva a ricostituirsi. La letteratura russa, nei suoi più illustri modi, parla di guerra e pace, di delitto e castigo ed altri simili argomenti. Essa attualmente è la più potente erede culturale del mondo bizantino e del suo tipo di psicologia e mentalità. Per secoli è riuscita a non farsi travolgere da tutte le strane dottrine inventate dall’Europa nord-occidentale, che sempre si è autoproclamata colta e civile e forte in guerra, fino a riuscire a farsi apprezzare dalle altre parti del mondo meno colte di essa. Ma quando gli Stati che la compongono tentarono a più riprese per secoli di penetrare nell’Europa orientale, in ultimo usando anche la rivoluzione e la violenza, in pochi decenni la civiltà orientale capì che il dono gratuito che aveva ricevuto era avvelenato e in pochi decenni se ne liberò. Anche l’Europa sud-occidentale resistette abbastanza bene a simili tentativi e riuscì in poco tempo a ripresentare il suo tipo di cultura e di religione che mostrò che quello del nord Europa crollò come un castello di carta, e la maggior parte del mondo cominciò a proclamarsi centrista escludendo quasi tutte le millenarie monarchie e le due opposte dittature. Certo questa opera non è ancora completa e rimane da sviluppare correttamente la base morale e culturale di tutti questi movimenti che ne sostenga la durata. Ma circa sessanta anni fa cominciò in occidente un altro modo di presentarsi che va avanzando rapidamente e garbatamente e si spera che arrivi per bene ad allargarsi e consolidarsi secondo la sua ispirazione di fondo che concorda con quella dell’Europa nordorientale.                    

               

LA FIGLIA DELL’OSTE DIVENTA IMPERATRICE

La giovane Teofano nel 957 d. C. contrasse matrimonio con l’imperatore di Costantinopoli Romano II, che non credo che fosse una figura molto significativa. Infatti sposando Teofano aveva visto grande bellezza e vivacità e molta furberia, ma non riuscì a capire se avesse nel suo animo altri valori più significativi. Del resto Romano II dopo sei anni nel 963 d. C. morì in giovane età e lasciò oltre alla moglie vedova anche due piccoli figli orfani. La scaltra Teofano che rimase improvvisamente la principale responsabile dell’Impero e del futuro dei suoi due orfanelli se la cavò benissimo perché sposò un generale di gran valore di nome Niceforo Foca, che però nemmeno lui si accorse delle caratteristiche del tipo che stava sposando. Egli era un militare severo, ascetico, grande combattente, ma non fu apprezzato da Teofano, l’imperatrice che sposandolo l’aveva fatto nominare imperatore. Le frequenti guerre che dovette combattere lo tenevano lontano da Costantinopoli e Teofano ne approfittò per trovarsi un amante, anch’egli generale, Giovanni Zimisce, nipote di Niceforo, più giovane di lui e pure ricchissimo. Niceforo lo stesso giorno del suo ritorno a Costantinopoli, dopo una lunga guerra vittoriosa, fu informato della tresca della moglie e stava pensando come risolvere il caso. Ma Teofano lo prevenne forse anche con la complicità dello Zimisce, e la stessa notte del suo arrivo a Costantinopoli lo fece uccidere a tradimento. Questo delitto determinò anche la fine di Teofano. Ci fu subito la reazione del popolo e del patriarca di Costantinopoli, Poliuto; fu sospettato lo stesso Zimisce, fu subito deciso di mandare la Teofano in esilio e il figlio di questa, poi Basilio II, pure lui diventato grande imperatore, dovette sopportare tutto il peso che la madre gli aveva procurato, e approvò l’invio in esilio di essa. Lo Zimisce fece grande penitenza, distribuì tutti i suoi averi ai poveri e fece costruire tanti monasteri. Ma poco dopo la sua elezione ad imperatore morì in giovane età e il figlio di Teofano, Basilio II, fu eletto imperatore e lasciò in esilio sua madre fino alla sua vecchiaia. Egli, oltre che grande guerriero, vide che la fondamentale riforma agraria di Eraclio che aveva assicurato quattro secoli di splendore all’impero, cominciava ad incontrare delle difficoltà, ma egli la sostenne energicamente dandogli nuovo lustro anche grazie ai suoi successi militari. Così si pose rimedio al disastro che aveva creato la sua stessa madre.

Non sempre capita che qualche inizio di decadenza di un impero possa superarsi sulla base dei valori morali che ancora esistevano nella Costantinopoli di quel periodo, dei quali da secoli rimane il ricordo.

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Ultimi articoli pubblicati

Error: No articles to display

I cookie rendono più facile per noi fornirti i nostri servizi. Con l'utilizzo dei nostri servizi ci autorizzi a utilizzare i cookie.
Maggiori informazioni Ok Rifiuta